giovedì 26 gennaio 2017

Sandra Guddo, "Le Geôlier" (Ed. Vertigo)

di Maria Patrizia Allotta

 Così scrive Fëdor Michajlovič Dostoevskij: “L’amore è un tesoro così inestimabile che con esso puoi redimere tutto il mondo e riscattare non solo i tuoi peccati ma anche i peccati degli altri.” 
   Non sappiamo il parere di Sandra Guddo sul grande Autore russo, di certo possiamo affermare che circa l’amore e la redenzione la pensi esattamente come Lui.
     E lo dimostra con estrema semplicità nel testo dal titolo Le geôlier dove l’amore   - quello vero - oltre a redimere i peccati del protagonista riesce a generare una folata di speranza che, sfiorando i cuori di ogni singolo lettore, ben fa auspicare. 
   Non si tratta di ottimismo a buon mercato, né di vana illusione, o possibile  miraggio euforico. Nemmeno di abbaglio letterario o fallo romanzesco, oppure infingimento prosastico.
   Sembrerebbe piuttosto che la Scrittrice palermitana - già autrice, nel 2014, del suo primo libro dal titolo Tacco 12. Storie di ragazze di periferia (Hombre Edizioni) intraveda sinceramente - oltre la fragilità, la sofferenza, l’angoscia che pure offendono il genere umano al di là di ogni coordinata spazio-temporale - la possibile liberazione dal dolore, il pensabile riscatto esistenziale, la probabile salvezza dello spirito.   
    Infatti, nelle 168 pagine edite da Vertigo, il male - che pure è insistentemente presente nel testo e che certamente appartiene a molti personaggi i quali mostrando un vissuto psicologico particolarmente tormentato si muovono ora tra grettezze e volgarità, ora tra bassezze e trivialità, ora tra perfidia e crudeltà, raggiungendo lo svilimento della loro stessa entità e l’annullamento della propria essenza - sembra essere, paradossalmente, ontologicamente inesistente, ovvero, concepito da Sandra Guddo come nefasta assenza o privazione del bene, seguendo, forse, il grande insegnamento filosofico del doctor gratiae, Agostino D’Ippona, secondo il quale il “male di per sé non esiste. Altro non è se non la mancanza del bene”.  
   In effetti, mentre taluni personaggi del sopracitato testo, non avendo sperimentato i più alti valori esistenziali, rimangono a brancolare nel buio del peccato - “tra donne, fumo, alcol, droghe, gioco d’azzardo (…), mai stanchi dell’ebbrezza e dell’adrenalina che dà il rischio” - condividendo così l’assoluto male, altri invece, baciati dalla provvidenza divina, una volta identificato il vero bene si perdono in quella dimensione vitale luminosissima che solo l’autentico amore può donare.
   E’ ciò che capita, soprattutto, al protagonista, Cesare, “carceriere di se stesso”,  uomo ricco, colto, determinato e ambizioso, eppure “violento e deviato” capace di condotte bestiali per puro piacere il quale, tuttavia, nell’arco del tempo, si redime diventando “un uomo nuovo che è riuscito a perdonarsi attraverso la dolorosa via del pentimento che scaturisce soltanto quando si prende completa consapevolezza dei propri errori” e quando si trova “quella rete di salvataggio” data esclusivamente dall’autentico amore che la Nostra dipinge come una “ventata di area fresca per fugare i miasmi delle ferite infette e purulente; un gessetto colorato che traccia incantevoli arabeschi sul nero della lavagna”.   
    Ma non è tutto. La ricchezza del libro consiste nel fatto che l’Autrice di Le geôlier all’interno del significativo chiaroscuro dettato dal peccato e dalla redenzione, dall’odio e dall’amore, dal male e dal bene, dalla vita e dalla morte, con estrema disinvoltura inserisce - attraverso un linguaggio moderno e dinamico, immediato e semplice, sostanzialmente chiaro ma mai banale, lontano da costrutti baroccheggianti o effimere ridondanze - non soltanto un puntuale esame psicologico dei personaggi emblematicamente e simbolicamente indicativi del romanzo - dimostrando così ampie conoscenze in campo psichico e mentale - ma anche la trattazione di tematiche e problematiche relative a questioni sociologiche fortemente attuali e di grande interesse.  
   La crisi economica che attanaglia le industrie, il commercio clandestino delle armi, le diatribe interregionali, l’emigrazione e l’emarginazione, la vecchiaia e l’abbandono, la droga e l’alcolismo, la povertà, la separazione, l’adozione, la prostituzione, la violenza fine a se stessa, sono tutte questioni presenti e affrontate però con mano delicata eppure efficace.
   Infatti, all’interno del testo, non assistiamo a nessuna trattazione sistematica e ad alcun sviluppo organico circa le questioni psico-sociali, meglio, senza mai scivolare nelle forzature letterarie inconcludenti o nelle furbizia degli infingimenti, l’Autrice con penna lieve - quasi sommessamente e in perfetto equilibrio sintattico-stilistico - dona ai suoi lettori spunti di riflessioni etico-morali secondo l’insegnamento socratico del ti estì che, appunto, insemina il dubbio per intraprendere il cammino della possibile verità, e del dialogo, unico mezzo inevitabile per combattere sia la pirandelliana “incomunicabilità” che il montaliano “mal di vivere” e per promuovere, alla maniera di Haidegger, “l’idea della progettualità e della speranza”.
   E all’interno del testo - sembrerebbe a chi adesso scrive - in effetti il miracolo del dialogo costruttivo che riconduce alla progettualità e, quindi, alla speranza, avviene appunto attraverso il trionfo dell’amore che inevitabilmente si rapporta con il celeste, con il sacro, con il divino.  Con il vero e con il bello.     
   All’interno del testo, infatti, l’amore e la fede danno vita, “all’infinita misericordia di Dio” che non soltanto “cancella le colpe, ma libera dalla disperazione e permette di uscire dall’angolo, facendo ritrovare il coraggio e la volontà di andare avanti”.
    Un libro straordinariamente ricco, dunque, dove spunti psicologici e sociologici s’intrecciano con riflessioni etiche ed estetiche, dando vita ad un unico tappeto musivo il cui messaggio conclusivo, alla maniera di Jacques Prévert sembrerebbe il seguente: “La nostra vita non è dietro a noi, né avanti, né adesso, è dentro”, pertanto “bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare il buon esempio”.
   E certamente Sandra Guddo con Le geôlier il buon esempio l’ha dato intonando, felicemente, un inno al bene e all’amore e un canto alla salvezza e alla redenzione.      


                                                                                                  Maria Patrizia Allotta      

La poesia filosofeggiante di Giacomo Leopardi

di Maria Patrizia Allotta

Che Leopardi sia uno dei massimi esponenti della letteratura internazionale nessuno potrebbe metterlo in discussione, che sia anche filosofo, invece, è stato ed è a tuttora motivo di accesi dibattiti.
   Infatti, relativamente alla dimensione filosofica rintracciabile nell’opera leopardiana non tutti i critici sono d’accordo, tanto che si potrebbe parlare di due tendenze sostanzialmente opposte: da un lato ritroviamo il vecchio filone della cultura laicista italiana che intravede un senso filosofico scarsamente significativo e, comunque, poco profondo, originale, costruttivo; dall’altro, invece, rintracciamo valutazioni estremamente positive circa il filosofare leopardiano.    
   Infatti - sebbene la qualifica di ‘filosofo’ gli sia stata attribuita già in vita dalla cerchia degli amici che conoscevano bene alcune sue opere e sia stata variamente espressa in alcune pagine dello stesso Leopardi dove ricorre l’espressione «il mio sistema filosofico» e nonostante lo stesso Giordani nel Proemio al terzo volume dell’edizione postuma delle sue Opere lo ricordi come «sommo filosofo» - per Francesco De Sanctis, solo per fare qualche esempio, la creazione lirica, è l’unica produzione genuina e sinceramente autentica del Leopardi, modesta e artefatta appare, invece, quella filosofica; così pure per Benedetto Croce il quale aggiunge, tra l’altro, che la poesia del recanatese pur oscillando tra filosofia e letteratura, non riuscì mai, a tenere la rotta dell’autentico logos.
  Per Giovanni Gentile, all’opposto, soprattutto nelle Operette morali, Leopardi appare come valido e interessante filosofo, così come per Adriano Tilgher il quale sostiene che proprio nello Zibaldone esiste una filosofia che certamente non è né sistematica, né elaborata, né procede per astrazioni, ma fortemente immediata,  comunicativa, costruttiva.
   Nel dopoguerra si assiste ad una sostanziale rivalutazione della filosofia leopardiana, grazie prevalentemente agli apporti della critica storicistico-marxiana, la quale mette in risalto la produzione posteriore al ’30, rinforzando la pregevolezza del poeta impegnato e progressivo contro quello isolato e solitario dell’idillio.
   In tal senso  saggi interessantissimi sono quelli scritti da Cesare Luperini  Leopardi progressivo; da Walter Binni  La nuova poetica leopardiana;  da Sebastiano Timpanaro  Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi e da Carlo Muscetta  Schizzi, studi e letture,  contributi questi ora menzionati, contrassegnati da una decisa matrice ideologica, che individua nel Leopardi un pensiero fortemente concettuale, che non solo non è da ostacolo alla sua poesia, ma piuttosto è il suo vitale nutrimento, pensiero concettuale, tanto profondo, che può essere elevato al rango di filosofia.
  Interessanti anche gli studi condotti da Emanuele Severino - non storicista né marxista - il quale magistralmente ha saputo mettere in luce notevoli elementi comuni tra il pensiero del nostro poeta a quello di altri indiscussi grandi filosofi europei, evidenziando che se è vero che la riflessione filosofica non prevede scomparti predeterminati ma piuttosto una straordinaria espressione dello spirito umano dai confini mai fissi, allora possiamo sostenere con estrema serenità che Leopardi è un grande filosofo perché ha fatto della semplice parola verbo di speculazione.    
    Quindi, mentre per alcuni studiosi Leopardi - pur possedendo le attitudini e gli strumenti culturali, le competenze e le abilità - non può essere considerato filosofo per il fatto che la sua volontà di speculazione è alterata già in potenza - sollecitato da motivi biografici e storico-culturali - avendo assunto sin dall’inizio un atteggiamento valutativo ostile nei confronti dell’esistenza e dei valori più alti e nobili che questa manifesta, valori molto spesso considerati alla stregua di miti o peggio inutili illusioni, per altri, Leopardi è un autentico esistenzialista capace di affrontare soprattutto questioni legate alle tematiche di ordine pratico-morale, quali per esempio, l’indagine sulle ragioni prime e la cause ultime della vita, il senso dell’esistenza, se è possibile raggiungere la felicità, quali sono i veri valori esistenziali, se dopo la morte ci attende qualcosa o ci aspetterà il nulla eterno. 
   E soprattutto lo Zidaldone - che riconduce direttamente a pensieri sull’anima, sulla metafisica, sulla religione, sulla natura, sulla morale, sulla scienza, la conoscenza, il linguaggio, sui problemi antropologici, sociali e politici, sull’universo definito da Lui stesso “un bruscolo in metafisica” - ben potrebbe configurarsi come vero trattato filosofico, pur non essendoci una struttura portante sistematica e organica, come d’altronde in molti altri intellettuali più comunemente definiti filosofi.
  Né si può negare che manchi a Leopardi lo stile filosofico e la forma e la sostanza del filosofare, tanto che alcune sue pagine, specie quelle relative alla Teoria del piacere, sono di tale inclemenza e concretezza che sembrano stilate dalla penna di Hume, Leibiniz, Locke.
   E in effetti, molte pagine scritte dal Leopardi, potrebbero sembrare poco inerenti agli sviluppi della filosofia del XIX secolo, solo ad una lettura fugace e poco attenta, o a chi non ha avuto la fortuna di studiare la storia del pensiero dalle origini ad oggi, perché, in realtà, la sua speculazione non solo riprende tematiche e problematiche tipicamente tradizionali, ma si apre verso nuovi orizzonti meditativi che saranno motivo di dissertazione dei filosofi a lui contemporanei o successivi quali, per esempio, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger. 
    Per esempio, disseminati nei vari scritti, si celano magistralmente nozioni basilari appartenenti alla storia della filosofia greca, tra cui anche i concetti di “materia” e di “natura” che inevitabilmente riconduce al termine ellenico “physis” e al suo “divenire”, concetto quest’ultimo molto radicato nel nostro poeta il quale molto prima di Nietzsche, quasi sottovoce, sommessamente, cautamente, ritorna ai greci e rientra appieno nella trattazione del pensiero Occidentale.
   Infatti, nel nostro Giacomo è da notare il nucleo concettuale legato al “divenire” e al “nulla”, nucleo sviluppato poi, in modo pregevole, dal soprannominato pensatore tedesco, secondo il quale il “suddetto carattere transeunte degli enti ne presuppone uno di incondizionata innocenza: il realizzarsi delle cose e la loro distruzione è puro fatto, puro accanimento senza perché, il gioco della natura che non può essere vinto da alcuna arte dei (…) mortali. E accanto a questa evidenza inoppugnabile, ossia all’argomento del “divenire”, e come conseguenza di essa, sta quella per cui tutto è nulla: tutte le cose dell’esistenza provengono dal nulla e ad esse fanno ritorno e quindi, per via del loro essere nulla, passato e futuro sono nulla, un solido nulla.
   Esso stesso è principio di ogni essere, dunque, e perciò - esattamente come nel Leopardi il quale nelle Operette morali scrive testualmente: Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obiettivo il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturiscono le cose che sono. (…) tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta, e un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso - non si può porre alcuna verità incontrovertibile e assoluta, nessun principio di conoscenza, nessuna verità”. (E. Severino). 
    E sempre sulla scia dei probabili insegnamenti del Leopardi, Nietzsche dirà che le illusioni dell’arte sono la condizione unica ed essenziale della sopravvivenza: “il vero mondo, egli scrive, è falso, crudele, contraddittorio! e noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa verità, cioè per vivere. L’uomo deve essere per natura un mentitore, deve essere prima di tutto un artista”, un fingitore per dirla come Pessoa.   
   Però, mentre Nietzsche aggiungerà che al di sopra dell’uomo, che è destinato all’annichilamento, è possibile l’esistenza del “superuomo”, ossia di chi, valicando la natura di essere umano, esulta della totalità della vita, Leopardi, nel suo “pensiero eternamente in movimento”, che certamente muta a seconda dei periodi e delle vicissitudini provate, dà vita all’etica della solidarietà - che sarà il tema centrale della Ginestra - etica concepita come puro estremo messaggio filosofico da inviare a tutti gli uomini di buona volontà, messaggio che auspica l’alleanza fra gli esseri umani, come dire, una social catena capace di unire, in un unico abbraccio, i mortali affinché sia possibile fronteggiare l’empia natura, l’infelicità, il dolore e soprattutto la noia.     
    Concetti, quest’ultimi che lo avvicinano straordinariamente a un altro grande filosofo quale è Schopenhauer secondo cui se per caso cessa il dolore, non subentra affatto il piacere, ma qualcosa di peggio, ovvero la “noia”.
   Il dolore, infatti, non esclude che l’uomo cerchi e speri di affrontarlo, mentre la noia è angoscia e disperazione. E allora, per Schopenhauer così come per Leopardi, la vita oscilla inesorabilmente come un pendolo tra il dolore e la noia, in un eterno meriggio privo di tramonto ristoratore dove, comunque, non c’è spazio per la felicità che è intesa come semplice assenza momentanea dell’affanno.
    Ma, a questa visione esistenziale certamente amara si contrappone la sopracitata etica della solidarietà, ovvero la necessità di un’autentica solidarietà umana di fronte al destino, etica la cui prima espressione filosofica la rintracciamo già nel 1827,  (prima ancora che nella Ginestra) nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, basato sulla tematica relativa al suicidio e volto a specificare le ragioni che lo disapprovano come possibile soluzione al dramma esistenziale.
  Scrive Leopardi: "Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora". 

   Citazione questa che ci aiuta, comunque, non solo a sminuire la visione nichilistica leopardiana che appare oggi, più che mai, infondato luogo comune, insicuro stereotipo e inconsistente cliché, ma a lottare contro l’accusa di misantropia rendendogli difficile il titolo di filosofo.     

   Infatti, senza bisogno di ricorrere alla critica, in una famosa pagina dello Zibaldone, lo stesso Leopardi dissipa con forza i sospetti di nichilismo e misantropia di cui era fatto oggetto il suo pensiero, così scrivendo: "La mia filosofia non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbero esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente ai loro simili (…). La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi."

   Ma non è tutto. Nella dialettica leopardiana negare la sua religione è negare la sua stessa poesia, che è preghiera cui nessuno risponde, ricerca senza alcun risultato, accusa che precipita nel vuoto e che pure misteriosamente risorge.
   Il rifiuto del poeta di credere - per dirla alla maniera di Divo Barsotti originale esegeta nel nostro Giacomo - è provocazione a Dio perché si riveli.
    Difatti, di fronte alle illusioni di questa vita, la sua filosofia diviene sì angoscia, smarrimento e solitudine, ma anche commovente trattazione teologica, epifania, emozionante testimonianza religiosa, dove per religione non si intende un inutile complesso di credenze e di pratiche relative alle cose sacre, ma piuttosto sentimento naturale, intenso, intimo, ineluttabile, che “induce l’uomo a superare la dimensione del sensibile e del temporale e percepire l’esistenza di una realtà superiore per trovare in essa la risposta ai più radicati dilemmi dell’animo umano: senso della vita e della morte, bisogno di verità e di amore, ansia di purezza e d’infinito” (D. Barsotti). 
     E in effetti, il suo vero credo, la sua profonda testimonianza per una ricerca di perfezione, il suo senso di purezza e d’infinito è quello dell’esserci - proprio alla maniera di Heidegger -  lasciando un segno, un’impronta, un’orma, attraverso le scelte, le possibilità dei rapporti, la progettazione, la trascendenza, i necessari dubbi.
     Mi piace concludere citando alcuni  frasi e aforismi leopardiani che ci fanno intendere, da soli e senza bisogno di alcun commento, la grande autenticamente dimensione filosofica di Giacomo Leopardi:
  
    …calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogni inganno puerile e ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera…


***
Io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, e vengo seco a      patti, come fanno gli altri uomini […]. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero d'esser vissuto invano, mi turbano più, come solevano.
Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null'altro avessi sperato né desiderato al mondo.
***
   Sono convinto che anche nell'ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.

***
Tutto è follia fuorché il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorché il ridersi di tutto.
-
***
Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo.

***
Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili;
ma ho bisogno d'amore.

***
I momenti migliori dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia,
dove tu piangi e non sai di che…
***
Il desiderio che ha l’uomo di amare è infinito perché
l’amore, anche profondo o disperato, è sempre dolcissimo.

   Allora, alla luce dei frammenti, probabilmente la filosofia leopardiana manca di organicità e sistematicità, certamente è influenzata dal suo dolore e dalla sua sofferenza, ma sono proprio dolore e sofferenza che, anziché subordinare negativamente il suo pensiero (come vorrebbero gli idealisti e i romantici) faranno sì che egli indaghi intensamente e sentitamente sui problemi esistenziali della vita per mezzo della parola lirica, della poesia, del canto che rimangono autentico mezzo di rinascita, di resurrezione, di epifania.

  Restiamo convinti, dunque, che quello del Leopardi rimane, un “pensiero poetante”, o anche una “poesia filosofeggiante” di eccezionale valore, così come di eccezionale valore è egli stesso, “Il giovane favoloso” (così come lo definisce Mario Martone nel suo recente film) capace di entusiasmare lo spirito e accarezzare dolcemente ogni    cuore in ricerca.   

mercoledì 28 settembre 2016

Pasquale Attard, "Dal Califfato al Regno" (Ed. Thule)

di Maria Patrizia Allotta

  “In un alba gelida che però spera in un rosso tramonto, sono germogliate, e non uso questo termine a caso, le composizioni che compaiono in questo volume, tutte gocce di vita, di amore, o di dolore, di sogno o di cruda realtà, ma sempre tenendo bene a mente che siamo servi inutili”.
    Nel 2014, così scriveva il poeta Pasquale Attard nella nota che introduce la sua prima silloge dal titolo Il tuo Regno viene.
    Adesso, a distanza di due anni, nel leggere le nuove liriche che compongono la seconda raccolta intitolata Dal califfato al regno - pubblicata, come la prima, dalla prestigiosa casa editrice Thule -  sembra, a chi adesso scrive, che le gelidi albe e la speranza nel rosso tramonto non abbiano ancora abbandonato il Poeta palermitano di origine maltese il quale, con lo stesso rigore spirituale, attraverso la parola fervida del rimare, continua a raccontare il suo germoglio esistenziale.
   Infatti - al di là di una significativa evoluzione stilistica che svincola i versi, appartenenti alla seconda crestomazia, dalla rigida impalcatura morfologica e sintattica di stampo classico, dando, pertanto, maggiore spazio alla libertà e all’agire creativo dell’Autore - le trattazioni vitali, in nome di una profonda coerenza, appaiono sostanzialmente le stesse.
   Ancora una volta, infatti, non c’è posto per le mode letterarie bizzarre, né per le voghe sapienti ma alterate, neppure per le forme d’intimismo esasperate e paralizzanti fini a sé stesse; non si intravedono inutili e fugaci colloqui, né spicciole conversazioni, neppure chiacchierate alla buona; non si scorge l’interesse per il parziale o per il particulare, né per il soggettivo, oppure per l’individuale.
  L’interesse di Attard va oltre. Il suo sguardo è proteso verso l’oggettivo, l’universale, l’Assoluto, il Vero.
  Non c’è spazio, dunque, per il relativismo, ancor meno per il sensismo e il materialismo, né per l’ottuso criticismo illuministico negatore di ogni istanza metafisica, o per i facili entusiasmi settecenteschi falsamente egalitari, democratici e libertari.    
   Piuttosto, l’indagine portata avanti dal Nostro si basa sull’Idealismo tradizionale di stampo trascendentale che vede nell’io un’entità creatrice unica e infinita capace, se vuole, di conoscere e praticare, e nella natura la massima incarnazione di quell’arché incondizionato e assoluto che prende forma e consapevolezza anche attraverso l’arte.
  Pertanto la ragione dei philosophes, oggi tanto celebrata acriticamente dai più, sembra sia lontana dal sopracitato Autore, perché ritenuta incapace di comprendere la realtà profonda e ultima dell’uomo e del Cosmo tutto, mentre, pare, prevalere la volontà di dare spazio a quel Logos, a quell’ethos e a quel pathos che si muovono, con estrema sofferenza, tra una sorta di ilozoismo e un certo panteismo che mai viene a mancare all’interno delle due raccolte.  
   Una forza intrinseca, un respiro profondo, una divinità eterna si sente fra le strofe.  
   E in effetti, il Poeta - riluttante e impensierito, coerente e coraggioso, serio nella sua atipicità che lo pone lontano dal coro dei dormienti, distante dai facili entusiasmi, dal delirio di onnipotenza dettato dalla moderna tecnologia, dai miscredenti e da ogni forma irrazionale di arroganza e presunzione - con mano ferma e a voce alta, oltre a sottolineare la fragilità dell’uomo, i limiti dell’antropico agire, le colpe e i peccati, le mancanze e le debolezze, la solitudine e la nostalgia, il dolore e la morte, evidenzia contestualmente la gioia e l’allegria, l’amicizia e l’amore, gli incontri e le lusinghe, la vita e la redenzione, il riscatto, la liberazione, la possibile salvezza.   
   Ecco il pneuma vitale attardiano che va oltre ogni nichilismo bigotto per esplodere in quella  Parusia che accarezza i cuori e rinvigorisce gli spiriti.     
  Dopo il peccato la salvezza; oltre il dolore e la morte, la speranza e la vita; al di là del male il bene, il tutto espresso in una visione autenticamente cristiana che dà vita a un tappeto musivo dove ogni lettore si orienta, sosta, si consola. Anche, forse, se non credente.
   “E’ il Pantocratore, che torna a prendere possesso del suo mondo, per inaugurare il Regno dell’Eterna Vita del Dio con noi, risposta viva e definitiva al Mistero”, scrive lo stesso Attard nella sua nota a favore della seconda silloge, e poi, a conferma di quanto detto, verseggiando scrive:           “Pazienza, / chiede Cristo / al popol suo, / per poco ancor / sarà martirizzato, / e arriverà Giustizia / al fine / della Gran Tribolazione (…) E’ tempo, adesso, / delle nozze dell’Agnello, / col popol suo / nel mondo preparato. / Alleluia, salute, / gloria e potere / al nostro Dio, / dategli lode / voi tutti suoi servi.” (Dal califfato al Regno).
   Dunque sembrerebbe che, secondo la filosofia poetante di Attard, superata ogni decadenza il Cristo ritornerà sulla terra per decretare giustizia e rinascenza.
   E già questo non ci sembra poco. Ma non è tutto. A conferma della sua visione cristiana e dell’alta visione mistica aggiunge:  “Qual nube / di porpora e d’oro, scendendo / silente la china, / scivola / portando ristoro / la dolce / Parola divina. /All’animo fratto e dolente, / e bene lo vede il serpente, / la mite / carezza del Padre / è balsamo / come di Madre, / perché / in effetti il Signore / è padre / e madre d’amore, / e in Lui / risplende qual stella / Maria, ch’è mamma e sorella.” (Balsamo e ristoro), a dimostrazione della forza incantatoria e terapeutica che solo la contemplazione e la preghiera possono donare a discapito di quella sofferta schizofrenia che caratterizza i nostri giorni.  
   Ma ciò che più piace e avvince è che la stessa dimensione ascetica, indiscutibile, Lo porta, comunque, ad indagare incessantemente circa le questioni teologiche tradizionali più alte come avviene nella poesia intitolata, Cos è la fede. E la Fede, risponde l’Autore a sé stesso / è Amore, / fede / è conoscere / che sei Tu, / Signore, / Eterna Parola / che bruci / le carte / del Tempo, / per unire / ieri e domani, / anche se / sempre rimani / infinito mistero, e pur / così vero, / da poterti toccare, / sentire / sul colo / il tuo fiato, / mentre il Male / ci urla / il Peccato, / sentire / il tuo dolce conforto, / che ci fa entrare / nel porto, / ove onda tranquilla / è la Pace / ove Tu, / sei ancor sulla barca, / a gettare / col tuo amore / le reti.” 
     Certo, gli infedeli, il Miscredente cieco che “stringe in pugno / un piacer di vento”, oppure quella porzione di umanità - che asseconda Il flauto magico, suonato da Satana - che va “alla sua rovina; (…) giù per la china” e “scivola, scivola” fino a quando la “vita sua declina”, o tutti coloro i quali si lasciano prendere dall’Antico serpente che “offusca la mente (…) offrendo agli umani / tentacoli insani (…) e avvinghia e incatena / invitando a cena, / ma l’insano banchetto / è omicidio perfetto”, non godranno mai di quella pace interiore che solo il Regno di Cristo può donare, né di quella fede che, oltrepassando il fuoco apocalittico, garantisce un’eco celeste.       
    E costantemente, parole leggere e trasparenti, come pennellate, musicalità lieve anche nella delusione e nell’indifferenza, come in un canto antico, sa usare Attard per declinare, dunque, quella contemplazione visiva che abbraccia ricordi e rimembranze, alti ideali e antiche virtù, miti e riti, incontri e amicizie, affetti e amori, natura e creato, in una visione mosaicosmica (per dirla alla Tommaso Romano, peraltro attento prefatore di entrambi le sillogi) di raro effetto e di rara intensità che come fiotto vitale alimenta l’essenzialità della speranza.  

martedì 27 settembre 2016

Francesca Buzzotta, "La certezza dell’immortalità" (Ed. L'Erudita)

di Maria Patrizia Allotta


Tutte le storie d’amore autentiche sono belle. Certo, molte nell’arco del tempo inevitabilmente si dissolvono come neve al sole, altre, invece, rimangono eterne nella storia dell’umanità come rocce inscalfibili, magari perché capaci di accarezzare l’anima, rinvigorire lo spirito, lasciare un segno indelebile nel cuore e nella mente di chi ne viene a conoscenza.
   La storia d’amore, per esempio, di Veronica Palermo e di Giorgio Emanuele Di Giovanni - romanzata magistralmente da Francesca Buzzotta nella sua prima opera dal titolo La certezza dell’immortalità, edita dalla casa editrice L’Erudita - per la sua esclusività ha mantenuto intatto il suo significato, il suo senso, la sua ragion d’essere.
   Le vicende dei due amanti si snodano attraverso precise coordinate spazio-temporali caratterizzate da ambientazioni tipicamente mediterranee appartenenti, più precisamente, alla realtà storica della Sicilia contadina dell’Unità d’Italia che vede nella piana Archiepiscopatus Montis Regalis e, soprattutto, presso la  Quercia dei viceré il naturale palcoscenico dell’agire dei protagonisti i quali pur muovendosi in una dimensione soggettiva, personale, intima, danno vita ad un tappeto musivo sociale e collettivo che inevitabilmente riconduce ora all’esclusiva ricchezza etno-antropologica       - fatta d’intimi affetti, riti bizantini, splendidi usi, rari costumi, sacre credenze - di quella che fu dell’attuale Piana dei Greci, attuale Piana degli Albanesi, ora allo squallore, alla meschinità e alla grettezza di una porzione di quella umanità che essendo presa da una visione paralizzante della vita spende l’intera esistenza tra, rancori e invidia, violenza e odio, dolore e morte.
  Infatti, l’Autrice - che appare totalmente disinteressata dall’abbaglio delle voghe dotte ma artefatte, distante dalla furbizia degli infingimenti letterari e lontana da ogni sagoma d’intimismo fine a sé stesso - attraverso un linguaggio chiaro e immediato, sostanzialmente semplice ma incisivo, libero da costrutti baroccheggianti, da banali concessioni alla ridondanza e dall’effimera arte retorica, supportato, invece, da ricerche oggettivamente attendibili ed esplicative che illuminano la storia e la rendono verace, nel raccontare l’odissea di Nica e Giorgio dà vita a un nobilissimo chiaroscuro dovelucentezza e tenebre, gioie e dolori, evocazioni e Mistero, vita e morte si alternano in una visione totalizzante capace di echeggiare non solo infiniti spazi e interminabili tempi ma anche - al di là dell’odio - la forza prorompente dell’amore che in quanto tale se “tenuto costantemente accesso conduce con certezza all’immortalità”.
    E in effetti, è tra le nobili figure femminili e le umili e oneste popolane, tra le autentiche arbërëshe e le volgari comari, tra proprietari e contadini, ricchi e poveri, signori e delinquenti, galantuomini e mafiosi, che nasce, accresce e trionfa un’indicibile passione tra Nica e Giorgio, due anime essenzialmente diverse ma rese identiche da quel prodigioso pneuma vitale che solo il vero bene può sostanziare.   
   Nica - appartenente ad una modesta famiglia di braccianti, bella e giovane, vigorosa e libera,  esuberante ed istintiva “ (…) testarda come un mulo e scalpitante come una puledra”, educata ai veri valori esistenziali e naturalmente protesa verso le alte virtù - senza neppure volerlo, con la sua semplice e naturale armonia rapisce Giorgio - figlio del padrone di una azienda agricola, nobile, maturo, possente, conoscitore della differenza tra le effimere attrazioni fisiche e le durature passioni affettive, ardito e coraggioso - il quale, libero da ogni inutile pregiudizio sociale e svincolato da ogni paralizzante stereotipo collettivo, si perde in quell’amore tanto difficile e complesso quanto necessario e insostituibile che neanche la morte potrà annullare.
   E in effetti, dopo mille vicissitudini, Giorgio muore per mano mafiosa ma nulla cambia per Nica perché “ (…) quando due esseri, due persone, si sono amati profondamente, al punto da far coincidere la propria sfera affettiva - la percezione delle sensazioni e delle emozioni è così amplificata che provano dolore e gioia insieme, la lontananza è vissuta come un abbandono e sentono che nessuno potrà dargli mai quelle emozioni che hanno provato l’un l’altro - con quella sensuale l’esplosione millimetrica dei loro corpi coinvolge tutti e cinque i sensi, vivono dell’odore della pelle del partner, e del suo fiato per respirare, allora  nella coppia c’è Alchimia”, e l’Alchimia come ápeiron rimane in eterno nei cuori autenticamente innamorati.  
   Ciò che è giusto sottolineare è che la straordinarietà della famiglia Di Giovanni coincide con la straordinarietà della Scrittrice palermitana la quale, presa dalla voglia di raccontare le vicissitudini personali di una sua antenata, non soltanto riferisce il tormento di due anime esclusive ed inseparabili quali quelle di Nica e Giorgio ma, in buona sostanza, espone le vicende politiche ed economiche di quell’Italia meridionale tormentata e mortificata allor quando, nonostante gli audaci ma rari atteggiamenti libertari e rivoluzionari, di fatto, i  “puvireddi arristaru puvireddi”.
     Ma non è tutto.
     La dimensione pedagogica - sottile ma costantemente presente nelle 163 pagine che compongono il testo - oltre ad inneggiare il valore assoluto dell’amore celebrato come unica vera arma per sconfiggere ogni male, si muove anche in altre direzioni.
  Infatti, l’enunciazione educativa di stampo platonico circa l’immortalità dell’anima; la rivalutazione dell’insegnamento oraziano del carpe diem ovvero del “sapere cogliere l’attimo, vivere quel momento, intensamente, senza pensare al dopo”; l’edificante sapienza eraclitea della “lotta per una giusta causa” e del “prendere di più da sé stessi”, senza mai arrendersi e senza mai scendere a patti e compromessi con nessuno; l’addottrinamento filosofico a discapito di ogni forma di volgarità, scetticismo e nichilismo tanto caro a Nietzsche, secondo il quale “Chi ha un perché per vivere sopporta ogni come”; e ancora, la teoria leopardiana circa l’importanza delle rimembranze, dei ricordi, delle memorie che reggono e inteneriscono lo spirito e, infine, l’insuperabile lezione di vita di Haidegger che si concentra nel “dover esserci lasciando un segno ai posteri”, sono tutte istanze pedagogiche presenti all’interno del libro che rappresenta un prezioso dono per le nuove generazioni ormai lontane, purtroppo, da certi valori esistenziali.    
  Francesca Buzzotta, dunque, grazie a Nica e Giorgio, attraverso l’edificante parola scritta, viva e autentica, forse inconsapevolmente, combatte il nichilismo, celebra la dignità, festeggia la memoria, proclama la libertà, inneggia l’amore e lascia un segno con il suo esserci.    

martedì 17 maggio 2016

Serena Lao, "Note di parole" (Ed. Thule)

di Maria Patrizia Allotta

    La locuzione latina Nomen omen, tradotta letteralmente, significa “il nome è un presagio” oppure “sorte nel nome” e deriva da un’antica credenza appartenente ai romani secondo i quali nel nome della persona fosse già indicato il suo destino.
   Sembrerebbe però che questo precetto non valga per Serena Lao.
    Infatti, considerando il significato analogico o figurato dall’aggettivo latino serenus riferito al cielo “chiaro, diafano, limpido”, il nome Serena dovrebbe indicare, appunto, serenità, tranquillità, pace.
   Ma l’Autrice della silloge dal titolo Note di Parole - nonostante il significato chiaro e rincuorante del suo nome - va contro tendenza, essendo incline, per sua stessa natura, a duellare insistentemente contro se stessa, contro gli altri e, quando necessario, contro l’intero universo, dando spazio così a un tipico chiaroscuro esistenziale d’indicibile intensità che la rende fortemente singolare.  
    Ora, infatti, la vediamo brillare, infinitamente felice, tra i vicoli della sua indimenticabile Ballarò circondata da allegri catasti di frutta e verdura, insieme ad antiche sagome familiari dalle voci insolite, tra remoti ricordi e vecchie reminiscenze che Le toccano il cuore e Le accarezzano l’anima, ora la cogliamo in un “regno tutto raso al suolo”, dove il “futuro incerto fa dubitare dell’esistenza” e “un destino segnato” fa piegare “la speranza all’oscurità assoluta”; ora la scopriamo protagonista del 390° Festino come ideatrice e vocenarrante dell’intera vicenda umana e spirituale della sua amatissima “Santuzza”, applaudita da un pubblico trepidante, circondata d’affetti e assediata da sinceri complimenti, ora l’avvertiamo tra “aspre tempeste” e “risvegli silenziosi”, “accecata da falsi miraggi”, imbrogliata in un mondo che non Le appartiene perché fatto di malvagità e mestizia, dolore e tristezza, volgarità e nichilismo; e ancora, ora la intravediamo come poetessa, attrice, cantastorie ma soprattutto instancabile ambasciatrice delle tradizioni popolari con l’unico intento di tutelare e diffondere la bellezza e l’autenticità della lingua siciliana, ora, con il cuore infranto, la scorgiamo “sola e straniera” tra “parvenze di attuati sogni”, calata in una “fallace realtà” dove ricerca “redenzione” o magari lievi “oasi di pace che leniscano ferite” per riscontrare, invece, un’ “esistenza priva di significato”, ricca di “silenzi” e “bugie” …. che pure servono “per non morire” del tutto; infine, ora la cogliamo coperta dalle sue sudate carte, intenta alla studio e concentrata nella ricostruzione demoantropologica musicale del suo popolo, cinta dall’alto magistero ideale o reale di artisti quali Nino Martoglio, Ciccio Busacca  e Rosa Balistreri, tutta presa dal componimento di canti siciliani e dalla stesura delle sue “operine”, ora le percepiamo tra le sue  “sbiadite memorie” accompagnate da quei  “lunghi soliloqui a tu per tu”, immersa in un’ “amata solitudine che come materne braccia (…) cinge e consola offrendo quieti mari traboccanti di pace”.
    “Amata solitudine”, si diceva sopra, che inevitabilmente riconduce alle parole di quel Petrarca “solo e pensoso”, il quale, nonostante la labilità di ogni suo sogno, nonostante l’amarezza provata, nonostante il disinganno, riesce tuttavia ad affrontare il corso della vita a testa alta, proprio come la nostra Serena Lao, la quale, intessuta fortunatamente di celesti ricordi, ricca di evanescenti ma importanti amori, strutturata in quei valori etici ed estetici eterni, malgrado tutto, condivide e sposa una coraggiosa sussistenza. 
    E in effetti, così come avviene per l’autore del Canzoniere, anche le liriche di Serena Lao ci riconducono al travaglio della sua avventura vitale - tutt’altro che rettilinea - perché incessantemente fluttuante tra i beni materiali e quelli incorporei, mondani e spirituali, terreni e Sacri, in un continuo andare tra terra e cielo, senza mai un approdo definitivo.
Da qui, lo spasmo, il pathos, il tormento.
Una lotta impari tra “io”, “Es” e “Super Io” per dirla secondo Freud, insomma, un accordo quasi alchemico con il “punto zero” per dirla come Kierkegaard, forse un armistizio necessario, alla maniera di Haidegger.           
   Va sottolineato però, che nonostante l’incessante fluttuare e il mancato approdo, nell’architettura della silloge Note di parole, rintracciamo, tuttavia, un’unità profonda che è data dal pneuma prezioso della poetessa il quale si esprime grazie alla sua stessa vicenda alterna, fatta di abbagli e disinganni, di sogni e di consapevolezza amara, di dolcezza e malinconia, di coscienza del peccato e ansia di redenzione, in una summa spirituale complessa e mai conclusa, che dà spazio ad una confessione intima e recondita, mai inutilmente intimistica, capace di diventare, per ogni eventuale lettore, paradigma possibile, soprattutto per l’esemplare celebrazione della solitudine.  
     Quest’ultima, infatti, secondo il pensiero della Nostra, non è cantata come necessario isolamento, né come possibile atteggiamento nichilistico, ma come vettore per cercare se stessi, come possibile strumento per “immergersi e purificarsi dalle aspre tempeste dell’imperfetta esistenza, riscoprendo interiorità sgorgate da positivi intuiti”  per “ascoltare i battiti del cuore e risvegliare le placide consapevolezze” per sentirsi “libera e parte integrante dell’infinito” e soprattutto percepire - con tutti i possibili dubbi - la “Presenza” di un Assoluto.       
    Dunque, vera protagonista del testo - edito nel 2016  da Thule, con abile prefazione di Francesca Luzzio e postfazione di Vito Mauro - è l’anima tormentata della poetessa palermitana doc, mentre l’aspirazione a una felicità tutta laica e terrena, certamente non effimera e fugace, rappresenta il quid del versus, il ritmo, poi, è dato dalla musicalità della stessa parola che risulta essere essenziale, mai ridondante, fondante, capace di generare quel flatus vocis che da una dimensione fortemente soggettiva abbraccia e condivide una visione universalmente valida.
   Un naturale ritmo musicale, si diceva sopra, che diviene melodia, armonia, stile, come dire, arte terapeutica  indispensabile, in un tempo in cui s’invoca salvezza, si supplica liberazione, si implora Bellezza e Verità, nella speranza di ritrovare quella dimensione antropica, tristemente andata.     
   Un regalo quello di Serena Lao allora, uno scrigno prezioso, un magico dono. E non solo perché ci offre l’essenza della propria interiorità - che già è tanto - con fatale autenticità, quanto perché riprende quella divina eufonia che diventa concerto per chi crede ancora nella forza della parola impalpabile e nella potenza della sacralità del verso diafano.
   “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce affatto”, dice Pascal.

Serena Lao questo lo sa e, con il cuore in mano, lo dimostra.