mercoledì 20 settembre 2017

Maria Patrizia Allotta, "Il giglio e l'ortica" (ed. Thule)

di Elio Giunta

Accade assai spesso che quando ci si trova con in mano un nuovo libro di versi si avverta in primo luogo un certo disagio, anzi addirittura un senso di ripulsa. Questo perché purtroppo si pubblicano troppi libri di versi a perdere e si ha poca fiducia di trovarne qualcuno buono; ma soprattutto perché si è entrati nella convinzione che, dati i tempi barbari che viviamo, far poesia ed occuparsi di poesia sia troppo fuori moda e inutile. Ma accade anche che, mentre si sfogliano le pagine dell’ultimo libro pervenuto, si resti presi e piacevolmente intrigati a proseguire nella lettura, avendo scoperto singolarità di ispirazione e magari quella pacatezza ed armonia di dettato stilistico che ci riporta ai caratteri della poesia vera, quella a cui restiamo da sempre legati e che non vogliamo siano ancora traditi. E’ il caso di questa silloge di Patrizia Allotta. Essa offre pagine che suscitano immediata partecipazione, giacché fanno avvertire il vibrare sincero di “corde di nostalgia in arpa armoniosa”, cioè con esse si stabilisce senz’altro quella distanza memoriale dell’io con le cose, con la natura, il tempo, il senso dell’esistenza, e con cui il disincanto si fa elezione morale e ragione di esito melodico della parola.

Nell’opera i testi sono distribuiti in due sezioni: l’una ove ogni percezione del reale, intima o riflessiva, pare poggiare più sugli effetti della disillusione, col farsi osmosi tra spirito e realtà appunto rimeditata; l’altra, ove questa realtà è per lo più recupero di incontri umani, anche con le proprie frequenze familiari –indizio questo di una poesia che può restare tale e di buon livello senza pretese di complessità intellettualistiche- ; ma l’una e l’altra risultano realizzate con rara misura di accenti e di uso dell’immagine, con omogenea delicatezza tonale. Ed è soprattutto per questo che il libro può contare come lezione di un verbo lirico che ancora ci persuade e, diciamolo pure, ci conforta.

martedì 5 settembre 2017

Carlo Puleo, "Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti", (Ed. ISSPE, 2016)

di Maria Patrizia Allotta

 Tu non leggi semplicemente un libro. Tu hai come la sensazione di ascoltare una voce narrante che con pathos racconta le memorie della sua stessa anima, inoltre, contemporaneamente, percepisci riproduzioni figurative che solo l’occhio attento del vero artista può cogliere per poi donarle, nel tempo, a chi sa celebrare l’irripetibilità e l’importanza dell’attimo fuggente.  

Tu non sfogli soltanto un testo. Tu ti perdi in quel magico intreccio fatto di parole e immagini, dove la parola diventa versus, ovvero, viaggio iniziatico, cammino mistico, fede che intuisce la Tradizione rivelata generando l’eterno ritorno, come dire, quasi credo spirituale che sostanzia il divenire dell’esistenza, mentre l’immagine diviene forma del passato, sembianza di ciò che non può essere dimenticato, aspetto vitale, rappresentazione raffinata perché unione d’armonia e redenzione.
Tu non tocchi esclusivamente un’opera artistica. Vai oltre, perché naturalmente riesci ad avvertire l’immediatezza del linguaggio, la lucidità dello stile, l’espressività del semplice idioma, la linearità della tecnica, l’assenza dell’inutile allitterazione, il mancato vezzo retorico, la chiarezza dell’immagine, la preziosità dello scatto improvviso, tutti elementi questi che meglio fanno lambire le emozioni esplicitate, la palese sincerità, la schietta realtà storica raccontata senza inutili infingimenti e, soprattutto, senza quel falso inseguimento delle mode letterarie che spesso involgarisce i testi, banalizza i valori, esaspera il lettore.
Ma non è tutto. Tu non sei in presenza del ricordo dettato dalla sterile cronaca o dall’avulsa registrazione di eventi, oppure dalla estranea individuazione dei fatti, tutt’altro - così come perfettamente suggerisce Stendhal nel suo capolavoro intitolato Henry Brulard dove si celebra l’importanza del “bel ricordo”, o come magistralmente rammenta Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto dove si officia “il vero valore della rievocazione malinconica del passato perduto”,  oppure come attesta nei suoi Racconti lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa che della memoria ne fa letteratura - tu sei davanti alla sublimazione delle rimembranze che in quanto tali esaltano quelle virtù tanto più comuni quanto più nobili, sei davanti a quelle memorie che riconducono alle origini e alle tradizioni autoctone, sei  davanti a quelle rievocazioni soggettive che si dilatano fino ad abbracciare l’oggettività universale divenendo, forse inconsapevolmente, pneuma vitale per il nostro esserci.
E ancora. Tu non leggi per subito dopo dimenticare, così come molto spesso ultimamente capita. Tu leggi e inevitabilmente annoti, nel cuore e nella mente, l’alto magistero che abbraccia, in buona sostanza, tre insegnamenti fondamentali: l’importanza della ricostruzione storica, la preziosità del rapporto dialogico tra maestro e allievo, la rarità esplicativa dell’arte.
Tre lezioni che - nello spazio di 125 pagine - s’intrecciano fino a formare un tessuto musivo di carattere pedagogico di alta qualità.
La prima lezione, si diceva, è data dall’esaltazione dell’importanza di quella ricostruzione storica capace però di magnificare il mito dell’identità unitamente alla celebrazione delle proprie radici, del proprio ceppo, della propria terra che in questo caso è Bagheria, patria d’illustri artisti tra i quali - tanto per fare soltanto qualche esempio - si ricordano Renato Guttuso, Dacia Maraini, nipote del Duca di Salaparuta, Castrenze Civello, Giuseppe Tornatore e Ferdinando Scianna.
La seconda lezione - che inevitabilmente ci riconduce ai grandi insegnamenti socratici - è data dal dialogo continuo tra un anziano maestro e un giovane allievo.
Il giovane impara, l’anziano educa. L’allievo ascolta silenziosamente, convinto che il vero senso dell’insegnamento è dato dall’occasione di cogliere le virtù di chi conosce di più per intraprendere poi un cammino autonomo che si concretizza nella pratica della libertà; il Maestro, in modo austero, a volte severo, più raramente divertente - facendo leva anche sulla lezione di Rousseau - erudisce indirettamente, ammaestra informalmente, avvia, quasi inconsciamente, verso i difficili sentieri della vita.
Ma, nel leggere le pagine, ciò che più piace è il rispetto reverenziale del discepolo nei confronti del maestro, la sua ossequiosa disponibilità, la devota ammirazione, la fidata stima, la capacità d’ascolto e, soprattutto, la sincera amicizia che lega due generazioni sostanzialmente diverse eppure unita da un unico abbraccio.
Uno spaccato di vita d’altri tempi.
E sembrerebbe, inoltre, che mentre l’anziano educa il giovane al senso dell’umano dando prova della sua stessa poliedrica umanità, il giovane diviene più umano cogliendo l’umanità - a volte sorprendente - dell’anziano.
Infatti, attraverso diciotto racconti e 100 fotografie, l’Autore - che, per dovere di chiarezza è lo stesso giovane-allievo-artista - si diverte a mettere in luce il carattere ora illimitatamente spigoloso, ora infinitamente amorevole del vero protagonista del libro ovvero l’anziano Maestro-Poeta, anche Lui nato a Bagheria nel lontano 1899, uno dei più significativi lirici dialettali del ’900.
Ecco allora che l’anziano Maestro-Poeta viene colto e raccontato dal giovane Allievo-Artista-Autore ora nella sua quotidianità (A putia), ora nella sua straordinarietà (Nelle piazze della Sicilia); ora in qualità di maschilista-erotico (Visita alla casa di Ignazio), ora come esaltatore della bellezza femminile e della grazia del gentil sesso (La poetessa); ora come amante del sapere e della cultura (Una serata con Quasimodo), ora come ammiratore del Cosmo tutto e degli animali in particolare (Il poeta e gli animali); ora come soggetto insolito e burbero (Una recita a Palazzo Butera - Il divorzio dalle sigarette), ora come individuo sensibilissimo, perdutamente innamorato della vita e per questo contrario a ogni tipo di violenza e avverso ad ogni forma di guerra (Quelli del 1899).
La terza lezione, infine, è data dall’amore per l’Arte. I due protagonisti, uno affermato poeta dialettale e l’altro scrittore, scultore e pittore allora ancora in erba, per dirla alla Tommaso Romano, celebrano, entrambi, l’“Arte come l’unica possibile verità capace di promuove e svelare”.
Infatti, l’arte dello scrivere in versi svela l’essenza del Maestro, così la capacità di raccontare e fissare l’immagine attraverso le arti figurative rivela la vera natura dell’allievo il quale, in qualità di Autore, utilizza anche la fotografia che appare all’interno del testo, sia singolare mezzo capace di destare alla mente inesprimibili memorie sia come pregiato strumento capace di rappresentare l’anima di chi fotografa e di chi si lascia fotografare.
Scrive Christian Bobin: “… un libro così denso che, una volta chiuso, esso diventa lettore di se stesso. La sua presenza che ci irradia intorno a noi diffonde una profonda pace. Cosa contiene questo libro? Nient’altro che il perfetto racconto di una vita umana che si dispiega e che ci colpisce”.Ma nel leggere, nel toccare e nello sfogliare il testo intitolato Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti - edito dall’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici - tu assisti contemporaneamente al racconto di due vite umane: quella di Carlo Puleo e quella di Ignazio Buttitta.
Il primo è il giovane-allievo-artista nonché Autore del testo sopra menzionato, il secondo è semplicemente il grande Maestro.

  

martedì 29 agosto 2017

Il Giglio e l’ortica di Maria Patrizia Allotta: un dire essenziale nell’attesa dell’alba

di Giuseppe La Russa


Risulta ovvio come in ogni autore, poeta o romanziere, ricorrano stilemi, contenuti e parole che nel corso di una lunga produzione diventano il marchio di fabbrica dello stesso. Alla sua seconda opera in versi, si può già tracciare un piccolo bilancio per Maria Patrizia Allotta, poetessa che ha esordito nel 2013 con la silloge Anima all’alba e che nel 2017 pubblica, sempre con la casa editrice Thule, Il giglio e l’ortica.
Ma come in ogni percorso poetico – che certamente è anche di vita – la penna di Maria Patrizia Allotta appare più matura, più densa, nitida e chiara.
Ma procediamo con ordine, andando a scovare gli elementi di continuità con la raccolta precedente, Anima all’alba: innanzitutto una delle parti della silloge attuale si intitola Zolle dell’anima, come a richiamare immediatamente l’essenza stessa di un percorso. Inoltre è spesso presente in Il giglio e l’ortica l’immagine dell’alba, spesso citata come nella poesia Fiato all’alba, o semplicemente rievocata attraverso semplici ed essenziali pennellate; e pensiamo anche alla raccolta di testi dell’amico Tommaso Romano e da Maria Patrizia Allotta curata e intitolata Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore. Ma tralasciamo per un attimo queste osservazioni per riprenderle in seguito.
Si è detto di essenzialità: da una scorsa breve dei testi della raccolta, ciò che balza agli occhi è proprio la concisione del dire poetico. Sia chiaro che una tale cifra stilistica non si traduce affatto in povertà, ma è proprio il segno di una maturazione e di una crescita che passano attraverso le mutate esperienze di vita e che si proiettano, poi, nel dettato poietico e creativo. Nel corso di quattro anni, immaginiamo, nuove esperienze e nuovi orizzonti si sono affacciati nella sua vita e così, in Maria Patrizia Allotta, il bisogno è divenuta, probabilmente, questa essenzialità. Non è un caso che tra le dediche si trova quella a Fabio e al «suo dire essenziale» e che nel primo testo, il Giglio e l’ortica che dà il titolo alla raccolta, si legga: «E si cercano gigli essenziali».
Tra le marche stilistiche che la poetessa mantiene vive rispetto alla prima sua fatica letteraria vi è un verso breve, teso alla massima carica espressiva, l’abolizione quasi totale della punteggiatura e la disposizione a scalini riconducibile ad un autore come Mario Luzi, la cui lettura è probabilmente tra le più decisive. Ma ciò che appare evidente in questa nuova esperienza poetica è il discorso asciutto, conciso, ma proprio per questo forte, pregnante, denso. La parola è simbolo, è epifania del sacro, momento rivelativo, dipinto; magistrale appare così l’incipit della raccolta con l’avverbio di tempo ‘ancora’: esso dona l’idea di una continuità nel tempo e nello spazio, è un continuum esistenziale e letterario, è un percorso che ha raccolto e che raccoglie nuova vita.
Il titolo offre, inoltre, un forte spaccato dei contenuti presenti nella raccolta: da un lato il giglio, simbolo di lucentezza, delicatezza e bellezza, e dall’altra l’ortica, metafora di asprezza e difficoltà. Una antitesi, nel titolo, che viene calata nei vari testi della raccolta; osserva, a proposito, Tommaso Romano nella postfazione come in questa metafora vi sia «tutto l’universo di una poesia alta e solenne, intima e dolente, forte e umile al contempo». Non si tratta di semplice contraddizione, ma di uno sguardo profondo e serio sull’esistenza, sulla quotidianità fatta di momenti alti e bassi, di bellezza e della presenza del turpe, di immanente e trascendente. Ma nella maturazione di uno spirito, la potenza dello stesso sta nell’accettare «ogni sfida senza viltà», come si legge in Fiato all’alba attraverso una probabile citazione di Montale.
Se è vero che il tempo è logorio, se gli anni scavano solchi e producono nostalgie, la poesia di Maria Patrizia Allotta è sempre viva e alla ricerca di un approdo, di un risveglio, di una resurrezione. Ecco perché, si diceva, la parola è essenziale e diviene via di accesso all’infinito, all’immutabile, percorso preferenziale per il Senso; ecco perché l’alba, per riallacciarci al discorso precedentemente lasciato in sospeso: essa rappresenta l’inizio che quotidianamente si ripete, nella consapevolezza che, come scrive Gonzalo Alvarez Garcia nella prefazione, «tutto si rinnova, tutto cambia, tutto rimane».

Poi di fiato d’alba
apre luce al sole
                                                       finalmente.
Canto dal petto irrompe
resuscita fervore intenso
nuovo entusiasmo
si avverte.

Nei versi proposti, e in cui si nota l’attenta disposizione, l’anima infinita può osservare l’affacciarsi continuo della speranza, la quotidiana gioia di un perpetuo inizio, il perenne rinascere della natura, può diventare natura essa stessa, come nell’emblematico testo Risorgere: «Mi piace esistere/oltre la palude/come ginestra in fiore.// E tra l’effluvio/di antiche radici/risorgere/nella mia stessa valle/tra i soliti soffi vitali/che conducono/a raggi ilari/spazi aprendo/verso nuovi orizzonti/».

Il percorso di cui si diceva prima, prima esistenziale e poi letterario, è giunto a maturazione, ma non possono negarsi nuovi orizzonti, lo sguardo è sempre rivolto al domani, sempre rivolto in avanti. La disposizione stessa dei versi è un continuo rincorrersi tra gli stessi, pronti a generare e ad autogenerarsi, scontrarsi ed incontrarsi; l’anima della poetessa si schiude, all’alba, come fiori novelli, come giglio delicato che osserva le ortiche, che vive la pesantezza e l’asprezza, ma che in un continuo parto sa accogliere un soffio vitale mai assopito, capace di obbedire perennemente alla vita, in grado di «contemplare/la luce fioca/di ogni tramonto/con lo stesso coraggio/aspettando poi/i bagliori/di qualsiasi alba/che desteranno//nella commozione/ancora/la meraviglia dello stupore/per il Cosmo tutto//».

sabato 29 aprile 2017

Giuseppe Pappalardo, "Contraventu" (Ed. Arianna)

di Maria Patrizia Allotta

  
Tra la palude e lo stagno, tra il deserto e il vuoto, tra le macerie e le rovine, ecco stagliarsi l’autorevole opera di Giuseppe Pappalardo.
    Uno scrigno pregiato il suo Contraventu. Canzuni, sunetti e strammotti siciliani che, fortunatamente, si distingue dagli infingimenti artistici artefatti e si allontana da quelle manipolate mode letterarie che sempre più calpestano la dignità del patrimonio umanistico. 
    Così, con estrema semplicità e con altrettanta sensibilità - mentre la tradizione erudita sembra ormai annullarsi e l’inutile specialismo avanza inesorabilmente - il nostro Autore, senza l’albagia dell’ambizione, piuttosto, nel rigore della glottologia e nell’impiego attento delle fonti, quasi titanicamente lotta - come pochi sanno fare oggi - per la salvaguardia della tradizione autoctona e per la tutela della cultura, quella vera, però.   
    E da intellettuale che vive autenticamente il sapere e produce incondizionatamente la conoscenza riesce, attraverso il suo versus, a donare quelle percezioni e quei sentimenti, quelle emozioni e quei tormenti, quelle gioie e quei dolori che, pur nascendo da soggettive condizioni vitali, abbracciano l’oggettivo esistenziale attraverso un dialogo musicale delicatissimo che avviene con se stesso, con gli altri e con il Cosmo tutto.
   Un’architettura importante, dunque, dove recuperiamo saga ed epopea, simboli e immagini, spirito e natura, ma soprattutto dove l’io si unisce con l’altro, l’intimismo s’intreccia con il sociale, il contingente si abbraccia all’Universale, proprio attraverso quella parola dialettale che meglio di qualunque altra parola sa rappresentare i pungoli ispirativi, la tensione creativa, le vocazioni personali, l’intimità dell’anima.
   E quella di Giuseppe Pappalardo è parola dialettale cristallina, nitida, chiara, vera - certamente non studiata a tavolino, non ingozzata da scienza dialettologica fine a se stessa, né tormentata da assilli grammatologici invadenti - paragonabile ad un gioiello da incastonare tra le opere che duellano contraventu per contrastare il tramonto del mondo siciliano.   
   In effetti, più che un “pirriaturi ca tàgghia e ntàgghia li massi cchiù duri”, o un “tissituri ca ntrizza e tessi ccu lana e fila d’oru”, oppure un “cavaleri ca cummatti ntra vìzzii e farsità suttâ bannera di la libertà”, Giuseppe Pappalardo è un “pueta” convinto che “chistu è lu tempu di cantari n coru ca un si campa d’òdiu ma d’amuri. É tempu bonu ppi turnari arreri. È tempu ca Ddiu duna ppi capiri,(…). È tempu di canzuni e di puisia”.
   Infatti, considerato il tempo infame, la corruzione degli uomini, la violenza fine a se stessa,   l’indifferenza davanti alla solitudine, al dolore e alla morte, Giuseppe Pappalardo - ora con tono sommesso e curvato davanti all’angoscia, ora con tono vigoroso e ritto dinnanzi all’affanno  -  sembra invocare un mondo migliore, possibilmente senza “na varca di culuri” destinata inesorabilmente “nfunnu ô mari” dove “c’è sulu scuru e friddu”, dove “Nun c’è un tabbutu a spadda di l’amici”, dove  “nun c’è un parrinu ca binidici”; senza “misteri scilirati”, “nutrichi tutti ossa e panza”, “mischini scàvusi e sfardati”, “figghi c’annu fami”; insomma, senza “cori tinti”.
   Un mondo diverso, privo, finalmente di “genti (..) ca campa ittata ô ventu, a la vintura, ca dormi nta na casa senza mura”, “genti ca rriipitìa pp ‘un pizzuddu di pani, genti senza dumani”; ma soprattutto privo di “òmini pupi, c’abbàllanu a cumannu, ccu m-pedi, senza sonu, supra un filu di corda, mpisi a-ll’artaru di li so’ disìi e di lu ddiu dinaru”, privo di “òmini lupi, ca di la fami ‘i l’àvutri si ìnchinu la panza nzinu a quannu nun ncòntranu la santa fàuci e l’ùrtima vilanza”.     
   E con parole sorrette certamente da una profonda fede cristiana, in chiave di Strammotti, Pappalardo immagina - facendo magistralmente immaginare - un esserci insieme, magari senza La superbia, La tinturìa, La mmìdia, La rràggia, La lussuria, La gula, La lagnusìa, La farsitùtini, in un cosmo auspicabile dove sia possibile - così come già ama fare il nostro nelle sue Canzuni e nei suoi Sunetti - colloquiare con gli amori prediletti (Quannu è notti, Iu sugnu, A me frati, Pinzannu a me matri) o con quella natura che tra “lu vucilìzziu ncuttu di l’ariddi, un abbàiu di cani, lu rispiru dô ventu, lu silènziu dô tempu” ancora “duna corda a lu rralòggiu di li (…) pinzeri, aspittannu”, in quella dimensione totalizzante dettata dalle rimembranze radicate (Torna Natali, Lu me paiseddu, E io Luntanu) che molto confortano. 
   Certamente, in quel flusso di coscienza estremamente significativo che rileva a tratti ora fiducia, speranza e miraggio, ora dubbio, angoscia e patimento; il quell’attesa di nuovi pensieri che s’intessono preziosamente con il sogno e la realtà, con la letizia e lo spasimo, con la vita e la morte, troviamo, spesso, un uomo narrante “stancu di sta vita mùscia, di parrari di ventu ca non ciùscia, di càlia e di simenza, di dinari can un àiu e nun pozzu vadagnari (…), stancu d’annati nùtili e siccagni, di nèsciri dô focu li castagni, di sbàttiri la testa contrè mura, di sòffriri pilànnumi a vintura”.
   Un uomo narrante, si diceva, che non canta “cchiù dd’amuri spinziratu, spògghiu di sdegnu e rriccu di ducizza, di quannu stu cori turmintatu nun lacrimava sangu a stizza a stizza”, adesso, intona versi per quell’ “amuri lisu, dispiratu, palumma bianca c’abbulò luntanu, cavaddu pazzu ca fuìu scantatu, acqua ‘i surgiva spersa ntra li manu”; un uomo “ittatu e quattru venti”, senza “rimèggiu e mancu paci”, a cui “li làscrimi (…) scìnninu nzuppilu”, che invoca “la morti” e “idda rrispunni: nun ti dugnu asilu”.
    “Dinanzi a mia si grapi nu sbalancu, su’ rrussi l’occhi mei, rrussi di chiantu, ma si chiancennu n terra m’allavancu, na carità: scurdàtivi stu cantu”, riferisce e chiede il Poeta.
  Chi adesso scrive è certa, però, che per il Poeta - al di là dello sconforto che pure si manifesta nel quotidiano essere e oltre l’afflizione legittima che parimenti prende nell’umanissimo andare - non è ancora tempo né di sbalancu, né di allavancu, neppure di scurdari un cantu.
  E’ tempo, piuttosto, di celebrare quella poesia contraventu, invocata da un anima insolita che intravede nell’atto dello scrivere e nel valore fondante della parola, la possibile salvezza, l’epifania dell’essenza, la parusia dell’essere. Nonostante.    

venerdì 31 marzo 2017

Maria Concetta Ucciardi, "Il crepuscolo dell’alba"; Giusy Lombardo "Maredentro"; Maria Patrizia Allotta " Il giglio e l’ortica" (Ed. Thule)

di Sandra V. Guddo

Tre donne, tre amiche, tre poetesse si sono messe alla ricerca, in modo diverso ma complementare, di quell’armonia che regola l’universo e sembrano avere timidamente trovato risposta con i loro versi in quell’Amor di cui cantò, molto tempo prima di loro, Dante Alighieri ( 1265 – 1321 )  che descrisse l’Amore come quella forza  che è  capace di  muovere “ il sole e l’ altre stelle “ .
Inevitabile non ricordarci della testimonianza molto più recente e assai vibrante di Albert Einstein ( 1879 - 1955 ) che, giunto in prossimità del suo percorso terreno, intuì da quel grande genio quale Egli era, che non tutto può essere riconducibile a complesse procedure aritmetiche o condensato in difficili  formule equazionali trovandosi in tal modo incredibilmente vicino a quanto aveva già scritto, secoli prima, il Sommo Poeta che ignorava i complicati logaritmi della matematica più avanzata!
Albert Einstein, nella lettera inviata alla figlia Leslie, dichiara che inutilmente gli uomini hanno cercato di spiegare l’universo con la sola forza dell’intelletto perché c’è un quid che sfugge a qualsiasi ragionamento e non si lascia imbrigliare in regole astratte ed in formule aritmetiche: quella forza misteriosa e potente è l’Amore. Fa paura l’Amore perché è l’unica forza che l’uomo non riesce a spigare completamente né  è  in grado di  controllare secondo i suoi desideri.
L’Amore è luce, l’Amore è gravità, l’Amore è potenza che consentirà all’uomo di trovare la via della salvezza dalle tenebre e dalla fine di ogni cosa.
Sono queste le riflessioni che sono immediatamente scattate dentro di me quando ho finito di leggere le tre sillogi poetiche, probabilmente perché la mia sensibilità è molto vicina alla loro per cultura o più semplicemente  per appartenenza di genere , essendo anch’io una donna.  Sto parlando di tre signore : Maria Concetta  Ucciardi, Giusi Lombardo e Maria Patrizia Allotta.
Tre Muse che con la  cetra ci hanno incantato, con le loro liriche che sono insieme musica e parole soltanto che la musica che accompagna i loro componimenti nasce dall’armonia che si sprigiona dal loro verseggiare.
Un poetare che colpisce perché appare insieme intenso e ritmico, lento e acuto, fluido e penetrante: in ultima analisi è proprio ciò  che caratterizza il loro modo di essere donne e poetesse che si distinguono proprio per il loro apparire, nello stesso tempo, lineari e controverse, trasparenti ed intellegibili, arieggiate e misteriose come lo sono le loro opere, edite tutte e tre dalla Fondazione Thule i cui titoli svelano e rivelano !

“ Il Crepuscolo dell’Alba “ di Cetti Ucciardi, un ossimoro solo apparentemente incomprensibile ma che indica, a mio avviso per come ho percepito ed assaporato il suo poetare delicato ed armonioso, la circolarità della nostra esistenza che oscilla tra buio e luce, tra crepuscolo ed alba. Ella infatti si pone pacatamente la domanda che da sempre assilla il genere umano sul senso della vita e della morte ma non esige, non pretende risposte: semplicemente accetta quello che altrove una Volontà Superiore ha stabilito; ciò le basta per ritrovare serenità non senza però qualche turbamento. Cetti Ucciardi trova nel poetare una ragione di vita che la spinge generosamente a mettere a nudo la sua anima e a svelare ai suoi lettori parti segrete di sé con l’intento  dichiarato di creare un ponte di comunicazione che possa essere di sollievo a chi soffre per la perdita di un caro amico o di un familiare molto amato. Ella vuole trasmettere un messaggio di luce e di speranza perché tutti i crepuscoli  sono sempre seguiti dall’alba che con la sua luce dissiperà il buio riaccendendo la fiaccola della speranza e della gioia che seppure a tratti la vita generosamente offre a chi sa accoglierla con animo puro.
“ Mare Dentro “ di Giusi Lombardo  racchiude nel titolo il mistero e la profondità del nostro navigare ma indica anche tutta la pienezza di chi, ricco della sua esperienza sedimentata negli anni, avverte il mare dentro con le sue onde che lentamente avanzano verso la spiaggia e ne mutano la sua configurazione: ogni granello di sabbia dopo essere stato sfiorato dalle acque del mare non sarà più lo stesso. Ella, dotata di una sensibilità particolare, avverte anche i più piccoli moti delle correnti marine che l’attraversano, la inquietano ed infine la cullano nel ritmo armonioso del suo eterno oscillare tra flussi e riflussi, tra le maree che si innalzano per poi ridimensionarsi e tornare al loro aspetto consueto dopo avere provato il brivido di essere diverso dall’abituale configurazione. Una versione al femminile dell’intrepido protagonista dell’Odissea che peregrina da un lido ad un altro sempre alla ricerca di quel quid indefinito che ciascuno di noi si porta dentro. Ebbene Giusi Lombardo con i suoi versi, ha avuto la capacità di estrinsecare il suo mondo interiore, di scandagliare gli abissi della coscienza umana  e di farcene dono con una semplicità ed una immediatezza comunicativa che non lascia indifferente anche il più superficiale dei  lettori.

“il Giglio e l’ortica“ di Maria Patrizia Allotta  svela tutte le contraddizioni della condizione umana sempre combattuta tra scelte antitetiche ma dove la spinta ascensionale verso il divino diventa vincente sulle difficoltà del quotidiano andare tra amarezze, difficoltà e delusioni. Alla fine il giglio, simbolo di purezza e di salvezza, si erge vittorioso sul suo alto seppur fragile stelo, sulle asprezze della vita.
Senza scomodare il filosofo Blaise  Pascal, l’uomo con le sue debolezze sembra piegarsi  come una canna al vento ma non cede, non si spezza e resiste alla furia della tempesta senza che le sue radici profonde vengano sradicate anzi proprio da esse che affondano solide e sicure in un humus ricco e fertile, trae la forza per andare avanti seguendo il divino che è presente in tutto ciò che lo circonda. L’ortica sembra porsi decisamente in contrapposizione al giglio per il suo aspetto esteriore  poco piacevole alla vista e soprattutto in quanto essa risulta sgradevole  per  la sua caratteristica proprietà di essere pruriginosa al contatto ma nasconde in sé qualità medicamentose e salutari che vanno però ricercate al di là del primo impatto. Così è la poetessa Maria Patrizia Allotta che ci invita  ad andare oltre le apparenze per ricercare le essenze delle cose che spesso dietro un aspetto sgradevole nascondono proprietà salvifiche.
D’altra parte il giglio con il suo colore bianco splendente, che suggerisce immediatamente visioni di gioia è invece come sostiene Federico Garcia Lorca, il colore della pena.
Nelle sue poesie c’è dunque un forte richiamo a ricercare sempre la Verità che non appare ad occhi che non sanno guardare ma deve essere trovata con il linguaggio profondo e celato dell’anima.
Tre donne, tre amiche, tre poetesse  che con i loro versi superano le contraddizioni per andare alla ricerca, come nella migliore speculazione filosofica che procede per tesi ed antitesi, della più alta sintesi; versi che si confondono magicamente in un abbraccio panico con la Bellezza della natura a cui riconoscono il sigillo divino.