mercoledì 5 agosto 2015

Vincenzo Arnone, "Papini... Un uomo infinito" (ed. Messagero)

Di Maria Patrizia Allotta

L’età dei grandi furori\ Come lo scrittor sia giun­to a ritrovar Cristo; Papini postumo. Così si inti­tolano i tre capitoli che uniti insieme, in perfetta armonia, danno vita al saggio Papini un uomo... infinito, dove l’autore Vincenzo Arnone, consegna ad ogni suo possibile lettore non semplicemente la storia ma piuttosto l’esistenza di quel “rospo pen­soso e scontroso” mai stato bambino che col tra­scorrere degli anni diventa vecchio “gigante quasi sconfitto, Sansone privo di forza”. Una voce bassa ma sicura, un tono garbato ma incisivo, una fre­quenza lenta ma ben ritmata, uno stile franco e autentico, accompagnano tutte le pagine di questo libro che costantemente odora di un corpo trasu­dato, turbato, strapazzato, ma al contempo profu­ma di un’ anima inquieta e tormentata, indipenden­te e libera. Un corpo mortificato da altri corpi attra­verso attacchi, critiche, battaglie culturali, giudizi severi; un’anima, eletta da un’altra Anima, che si conforta attraverso la ricerca incessante della veri­tà e la contemplazione dell’Assoluto. Un corpo “finito” che vive in situazioni umane dettate da un tempo inquietato anche dalla guerra e da uno spazio ridotto e circoscritto; un’anima “infinita”, immersa in un mondo profondamente intimo che non conosce confini di nessun genere.
Un corpo con una mente ben strutturata; un’anima con un alito scarcerato. Carne forse straziata, spirito sicuramente eterno. Sono corpo e anima, carne e spi­rito, mente e pensiero, finito e infinito di Giovanni Papini, che Vincenzo Arnone, non aprioristicamente condizionato, analizza con fare scrupoloso e con atteg­giamento paterno, che diviene ora severo ora amoroso, nei confronti di quel figlio di cui molto vuole raccon­tare: dal 1881 al 1956, dalla invissuta fanciullezza alla malata vecchiaia, dalla prima formazione alla lettura dei grandi maestri, dall’adesione al Futurismo al perio­do delle riviste all’era delle grandi opere. E poi, dalle preziose amicizie esaltanti che lo portarono a ritrovar Cristo e una nova vita agli inchiodanti nemici che lo accompagnarono fino alla morte, dal “bordeggiare sull’acque agitate del mare buio” all’apparire “di qual­che luce” fino all’approdo e all’ “abbraccio di tutte le tensioni verso l’Alto e l’Infinito”. E sembra dispiacer­si l’autore quando racconta la nota stroncatura, l’esa­gerata spavalderia, l’ingiustificata arroganza, la folle presunzione, il fare profetico e lo stile radicale e aggressivo del protagonista del suo testo; ma si com­piace, invece, quando narra la salda cultura, la cono­scenza sconfinata, l’entusiasmante audacia e volontà, la perenne forza e l’indiscutibile dignità dell’eroe del suo lavoro. Quella di Vincenzo Arnone non è dunque una generica biografia che mette insieme date ed even­ti, fatti e notizie, non è la somma di vicende e vicissi­tudini di un uomo colto, laico e poi pure cattolico di nome Papini. Ma è di più. È anche, forse soprattutto, l’insegnamento di come un pensatore può diventare “aquila che insegna come si può fissare il fulgore d’id­dio senza restare accecati e come si può dar la scalata al cielo sull’ali della contemplazione”; e ancora, di come un intellettuale può divenire “un maestro di dot­trine volte al miglioramento degli spiriti, un suscitato­re di quelle passioni più alte che sole possono contra­stare e affievolire se non spegnere quell’ altre passioni più comuni, che portano al basso”; e infine che “la vita è gioia e l’infelicità dell’uomo consiste proprio in questo: nella sua incapacità di accorgersi di quanto potrebbe essere felice”se solo riuscisse a convincersi che “soprattutto l’impossibile è credibile.” Papini forse è maestro quasi dimenticato, ma quella sua è sicuramente lezione eterna e per questo infinita. E Vincenzo Arnone tutto questo lo sa e lo racconta.

da:"Spiritualità & Letteratura", anno XX n° 58, maggio-agosto 2006

venerdì 10 luglio 2015

Riproduco lo stemma conferitomi dalla Commissione Studi Araldici e Genealogici dell'ASCU - Accademia Siciliana di Cultura Umanistica, lo scorso 2014. Lo scudo araldico è simbolicamente molto efficace e ben mi rappresenta. Un mio ringraziamento per lo studio sui simboli e i colori all'amico Antonino Sala. il mio stemma figura fra gli altri fino ad ora concessi nel nuovo blog www.tradizionedifamiglie.blogspot.it , che vi invito a seguire.

giovedì 9 luglio 2015

Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore schegge dal mosaicosmo di Tommaso Romano

di Gianfranco Romagnoli

Questo agile volumetto, che esce per le edizioni Limina Mentis nella collana Fede e Ragione in concomitanza con il sessantesimo compleanno di Tommaso Romano, si propone di illustrare la figura e il pensiero di questo importante Autore, ben noto non soltanto nei circoli intellettuali di Palermo, ma altresì a livello nazionale ed internazionale.
Nel suo Proemio la curatrice, sua collega ed amica, non si nasconde la difficoltà di fornire un compiuto ritratto di una personalità tanto complessa ed in continua evoluzione: tuttavia, attraverso una “carrellata” sulla sua vita, le sue tantissime opere ed i suoi vasti e molteplici interessi, riesce a dare un’idea abbastanza precisa di uno studioso che è, al tempo stesso, filosofo, poeta, narratore, editore, ricco di incontri e relazioni di amicizia con i più importanti personaggi della cultura mondiale contemporanea e che presenta tanti altri aspetti, che sarebbe arduo e riduttivo tentare di definire.
Ne emerge il ritratto di un intellettuale a tutto tondo, una figura che definirei “uomo del Rinascimento” per la molteplicità degli interessi e dei suoi campi d’azione; ma soprattutto, come pure la stessa Allotta sottolinea, la figura di un Maestro, non soltanto per avere svolto, con continuità a tutt’oggi ininterrotta, un’alta opera educativa e formativa della gioventù, ma anche (e specialmente, a mio avviso) per avere raccolto intorno a sé e alle sue iniziative, come in una scuola filosofica, tanti ingegni che si riconoscono nelle linee portanti del suo pensiero, volto a coltivare con assoluta coerenza, mantenuta anche negli incarichi politici ricoperti in passato, la ricerca del Vero, del Bello e del Bene quali frutti dello Spirito e personale contributo a quel “mosaicosmo” da lui teorizzato, al cui disegno complessivo concorrono con uguale necessità, ciascuno mediante la propria “tessera” , tutti gli esseri umani.
A questo punto, la parola passa direttamente a Tommaso Romano attraverso gli scritti, racchiusi nel simbolico numero di sette capitoli, che dalla sua vastissima opera la curatrice ha enucleato come rappresentativi del suo pensiero: “schegge” che trattano, rispettivamente, l’essenzialità della parola viva; la teoretica come altezza cosmica; la gnoseologia come integrità dell’esserci; l’etica in tempo di crisi; la pedagogia come formazione dell’uomo integrale; l’estetica come etica; per culminare nel finale capitolo “dalla morte di Dio al Dio vivo”.
Un adeguato commento a ciascuno di queste “schegge” richiederebbe molto tempo e spazio: mi limiterò pertanto, pur avvertendo in pieno la riduttività della mia scelta, a richiamare alcuni punti, “schegge di schegge”, che mi hanno particolarmente colpito.
In una prima parte (capitoli da 1 a 3), svolta su un piano squisitamente teoretico, la Parola è definita epifania del Sacro, mezzo di redenzione, speranza, profezia: in particolare, la parola poetica è versus, ritorno al Divino, sortilegio e mito, base di tutte le arti e, attraverso esse, veicolo di accesso alla verità. Poi, la frase «L’Origine crea l’Inizio, successivamente, l’Inizio crea gli enti, gli enti divengono. Dal caos al Kosmos», riecheggiante temi neoplatonici pur nella originalità della successiva elaborazione, attenta al rapporto con l’Altrove e l’Attimo e sfociante nella costruzione del concetto diMosaicosmo, formato da tante tessere e sintesi simbolica delle vite degli uomini, che «si perpetuerà come rinnovamento dell’umano e come perennità dell’anima».
La gnoseologia, infine, intesa come costruzione filosofica chimerica sì, ma necessaria, anzi indispensabile, legata alla percezione e che disquisisce sull’Eterno, ma da non assolutizzare in sistemi che esaltino il passato o lo condannino decontestualizzandolo.
In una seconda parte (capitoli 4 e 5) il filosofo scende sul piano dell’agire umano, denunciando la crisi di valori dei nostri tempi che ha generato il corrente pensiero unico, mascherato di falso buonismo, di «umanitarismo senza humanitas» e di ipocrita egualitarismo, sottolineando, contro il pericolo di omologazione e marginalizzazione, la necessità di assumere un atteggiamento attivo verso se stessi quale «condizione di dignitosa sopravvivenza, uno spazio di ammutinamento dove far convergere le poche individualità disponibili per non lasciarsi stritolare da un dominante pensiero planetario dell’indistinto, del conformismo, del banale misto a volgarità»: ciò si realizza nutrendosi di «conoscenza fisica e oltrefisica», aiutandosi con letteratura, filosofia, fede, logica, recuperando l’autentica Tradizione e riscoprendo il senso del Sacro. Una tale impostazione trova il suo naturale sviluppo nelle considerazioni che il nostro Autore svolge sulla pedagogia, tutte puntate sulla missione del Maestro di formare nel giovane l’uomo integrale, educandolo alla libertà, alla scoperta dello “stile” e del “gusto”; riflessioni che si confrontano, in senso fortemente critico, con l’attuale stato di totale crisi della scuola, indotta, dal cedimento al progressismo degli slogan, a scelte spesso orientate a un «discutibilissimo “specialismo” che elimina l’orizzonte della totalità»,.facendone non più un luogo di cultura, ma «una burocrazia di funzioni affidate senza selezione, a singoli organismi pletorici e inconsistenti, dagli effetti spesso perniciosi, che producono intralcio e perdita di tempo, sottratto allo studio e all’apprendimento».
Con il sesto capitolo, dedicato all’estetica come etica, il Nostro torna alla riflessione teoretica e nel richiamare l’endiadi platonica Bellazza-Virtù, pur affermando l’impossibilità di enunciare un sistema estetico e, quindi etico, asserisce che «al di là di ogni declino epocale si può, solo se si vuole, accarezzare il Bene e la Bellezza anche aspirando alla Grazia, all’intervento della Provvidenza e alla Redenzione». Il bene è la partecipazione al Sacro e il suo rifiuto ne è l’antitesi. Va respinto il delirio di onnipotenza: l’uomo non è Dio, ma pellegrino errante; va valorizzata l’amicizia come affinità, che è Armonia. Occorre tenere conto del pluralismo dei valori nel mondo, ma mai rinnegare la propria coerente visione.
La riflessione teoretica di Tommaso Romano culmina ad altezza divina nell’ultimo capitolo in cui egli, premesso che «Dio c’è senza bisogno delle nostre credenze», individua nell’uomo la scintilla dell’Eterno e vi rintraccia il Ritorno al punto di Partenza. Il Figlio di Dio fatto uomo e da noi crocifisso, è il portatore della vera Pace, che non è «il risultato di iniziative o trattative umane, ma piuttosto … fiducia e fede nella Tradizione … messaggio non da proclamare come ideale ma … realtà giù donata da Lui e in Lui». Contro le distorsioni nel proporre la figura di Cristo come pacifista e il Suo insegnamento secondo una «ciarliera, incoerente e sincretistica nuova teologia», è «la nostra quotidianità che deve riscattare la morte di Dio, ovvero riscattare dal pensiero negativo, dal nichilismo, quella Luce che sola può illuminare l’umano transito verso la Patria Celeste».Vivere Cristo impegna totalmente l’uomo, liberandolo: il Regno è la salvezza dell’uomo

lunedì 6 luglio 2015

La seduzione della trascendenza nella poesia di Maria Patrizia Allotta

di Antonio Martorana

Nella sua formulazione binomia (anima-alba), dalla forte pregnanza allusiva, il titolo della bella silloge Anima all’alba di Maria Patrizia Allotta (Palermo, Thule, 2012) ci predispone ad una “poetica trascendentale”, vista la centralità del rapporto tra un “io” sollecitato dalla pressante aspirazione all’Assoluto ed il senso metafisico del mondo.
   Toccare il tasto del ruolo tematizzante del titolo, e quindi immergersi nel magico cromatismo del risveglio aurorale della foto di copertina, significa trovarsi già sulla soglia di un microcosmo da esplorare.
   Vogliamo precisare che usiamo il termine soglia nell’accezione proposta da Gérard Genette, per indicare l’ “insieme eteroclito”di produzioni, verbali e non verbali (titolo, copertina, dedica, epigrafe, prefazione, postfazione, fotografie, illustrazioni varie, scelte tipografiche e lo stesso nome della casa editrice) che danno al libro consistenza materica come presenza nel mondo e come prodotto di consumo.
   L’elenco di cui sopra, circoscrive così l’area della paratestualità, inerente la relazione tra il testo e i “segnali accessori, autografi o allografi,  che producono al testo un contorno (variabile) e a volte un commento ufficiale o ufficioso (…) e che è indubbiamente uno dei luoghi privilegiati della dimensione pragmatica dell’opera, vale a dire della sua azione sul lettore” (G. Genette, Palimpsestes,Senil, Paris, 1982, p. 9). 
   Nella postfazione al libro di Genette Soglie. I dintorni del testo (Einaudi, Torino 1987), da lei tradotto in italiano, Camilla Maria Cederna definisce la paratestualità come “frangia del testo che esiste solo in virtù di una decisione metodologica; area di transizione o meglio di transazione tra il dentro e il fuori, soglia o, per citare ancora un’altra metafora, chiusa tra la realtà socio-storica del lettore e quella relativamente immutabile e ideale del testo” (Soglie, cit. p. 407).
  Il paratesto è, per la Cederna, “il luogo privilegiato dell’istanza autoriale”, poiché è proprio in esso che l’autore, a livello diretto o indiretto, “manifesta la propria autorità nei confronti del testo e della sua interpretazione”.
   Ciò premesso, non abbiamo esitazione nell’affermare che esperire un approccio metodologico di tipo genettiano al libro di Maria Patrizia Allotta vuol dire focalizzare tutto lo spettro della significatività dei vari elementi paratestuali a disposizione, a cominciare dalla stessa veste tipografica, che chiama in causa le responsabilità ideative e realizzative della casa editoriale.
   Nel caso specifico, l’eleganza dell’ “abito” indossato dal testo e confezionato da Thule per la collana “Il quaderno di Munari”, inaugurata dalla silloge Dittici e altro di Nino Aquila, è pur esso espressione di un “commento autoriale”, facendo presupporre una legittimazione dell’Autrice nell’intento pragmatico e strategico “di far meglio accogliere il testo e di sviluppare una lettura più pertinente” (Soglia, cit. p. 4).
  Ritornando adesso alla foto di copertina, appalesante una innegabile correlazione tra il suo linguaggio iconico e gli enunciati verbali del testo, riconosciamo che la sua “quiddità” ha valenza di commento e implica la “responsabilità dell’autore” (Soglie, cit. p. 4009).
   Ancor più tale responsabilità aumenta se si tiene conto, nel caso specifico, che tutte le foto del testo, compresa la copertina, sono state scattate dalla stessa Allotta, come omaggio al padre, apprezzato maestro-fotografo.
   Sono scorci paesaggistici di rara suggestione. Qui è come se la parola, nella sua possibilità di dissolvimento, spegnesse il proprio suono, per palpitare attonita nell’incantato silenzio del creato, teatro di un ritrovato equilibrio nel rapporto uomo-natura.
   Passando alla Prefazione, altro elemento paratestuale che Borges considera il “vestibolo” dell’opera, vediamo come Nino Aquila colga una nota fondamentale del testo: la sua “spiritualità intensa”.
   Ma è grazie al denso intervento postfativo di Tommaso Romano che il lettore può penetrare nel “sentire profondo” della silloge. Egli ravvisa nell’orfismo di Maria Patrizia Allotta una weltanschauung, ma tale motivo meriterebbe un approfondimento in altra sede, poiché si entra nel terreno di quella “trascendenza testuale”, relativa al gioco delle relazioni di un testo con altri testi, che Genette definisce trantestualità(Soglia, cit. p. 412).
   Romano sottolinea la presenza in quei versi di una componente onirica caratterizzata da una “consustanzialità” alla vita, definendo il sogno come “il terzo occhio del cuore che false prospettive e illusioni allontana in nome di una inesausta ricerca di armonia e bellezza”.
   Arde in quella poesia un “fuoco di sacralità … come tributo all’Infinito”.
   E è il termine “fuoco” del citato passo romaniano a farci balenare nella mente l’espressione “cuore di fuoco, spirito di luce”, usata da Giovanni Papini a proposito di quell’ “operoso guerriero di Cristo” che fu Pietro Mignosi. Per questo “ingegno in moto perpetuo, il cervello più vivo che fosse in Sicilia fra il ‘15 e ‘37”, come a sua volta lo definisce Guglielmo lo Curzio (Scrittori siciliani, Novecento, Palermo, 1989, p. 148), la poesia è “quella essenzialità espressiva che dice il dicibile senza girarvi attorno e senza gonfiar la voce”.
   Alla luce di una cristallina affinità elettiva, sotto il profilo della consapevolezza della missione affidata al poeta e della scelta di una cifra stilistica dalla spoglia essenzialità, riteniamo che la frase papiniana “cuore di fuoco, spirito di luce” ben si adatti anche all’ardore del temperamento creativo della poetessa palermitana.
   La silloge Anima all’alba vede la luce in un momento storico segnato dalla pervasività della comunicazione tecnologica, che minaccia di inaridire la trasmissione della parola, sempre più incapace di creare dialogo, sempre più affossata nelle sabbie mobili di una virtualità anonima.
Tale deriva è il risultato di una gigantesca operazione di espropriazione dell’autonomia, portata avanti dall’industria culturale della società capitalistica, rea, per Adorno e Horkheimer, di avere “perfidamente realizzato l’uomo come essere generico”, a tal punto che l’individuo “è assolutamente sostituibile, il puro nulla” (T. W. Adorno – M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo, Torino, Einaudi, 1976, p. 161).
A fronte di tale scenario desolante si comprende il senso della sfida lanciata da una poesia rivelatrice di una trascendenza tenuta occultata dalla realtà fenomenica, e testimonianza di quelle “indelebili verità” che “sulla terra accadono senza luogo / senza perché”, di cui parla Mario Luzi in L’immensità dell’attimo (vv. 10-11). 
   Ponendosi in questa linea di tendenza, Maria Patrizia Allotta continua la tradizione orfica della nostra lirica, orientandola verso una prospettiva teologica di essenzialità dalla contingenza all’ “essere”.
   La sua silloge è un racconto autobiografico di un’anima che, ribaltando una gnome esistenzialistica sull’essenza spirituale dell’Universo, si attesta su posizioni di difesa del patrimonio valoriale attinto alla tradizione.
   La nota commotiva del risalire a questa come viatico del nostro cammino può cogliersi ne L’immensità di esistere:
Ai confini tra cielo e terra
scorge luminoso sole,
bagliore azzurrato marino,
in alto nuvole profughe.
Adesso vento stillato
non elimina e porta via
meglio,
inspiegabilmente
conduce
elementi essenziali del vivere.

Aria profumata ora
etere
spazio illimitato.

Respiro profondissimo
ricolma il reale del tempo andato
ma nella Tradizione si intravede il futuro

alito sconfinato
riporta destino dettato dal Cosmo
in esclusiva bellezza del vero

sospiro intimo
riconduce all’unicità
non del nascere
ma dell’essere.

Immensità d’esistere.

   Il bisogno dello spirito di trovare un definitivo approdo salvifico nello “splendore/del Verbo del Signore” permea la poesia Salmo 130:
Come in antico salmo
di pellegrino errante
 anche il nostro odierno canto
supplica l’Eterno

 s’innalza dai luoghi più profondi
la voce disperata
che prega ascolto
per esser consolata

si sente nel buio un grido di dolore
che implora 
al gran Mistero soltanto Amore

s’invoca, con mestizia,
l’atteso perdono
per far dell’unica esistenza
un grande dono


e si chiede con ardore
giustizia, benevolenza,onore

poi, lentamente
sopita ogni rabbia e
accettato ogni destino
lo spirito si placa
  certo dell’aiuto del Divino

e come guardia d’Israele aspetta
 il chiarore mattutino
così ciascun anima vagante
attende lo splendore
del Verbo del Signore.

La pregnanza simbolica del materiale lessicale utilizzato tesa a recuperare una parola assoluta e originaria, scaturisce da un’esistenza profonda di rifondazione verbale del mondo su base platonico-cristiana.
   La “ricerca veritativa” della poetessa palermitana, come la definisce Tommaso Romano, culmina alla fine nel momento epifanico dell’incontro con il Maestro:

Prima

nel tempo mattutino
il reale unito al contingente
dona quell’incessante sbandamento
che sradica e logora
mortifica
e a volte svilisce

poi
in abbandono

nel buio dell’universo notturno 
 rivive la magia dell’Oltre
scende l’impalpabile serenità dell’Infinito
si coglie la Bellezza cosmica
la santità del Sacro,
l’irraggiungibile Verità
nella ricerca incessante di quel
“senso del senso che è già Senso”.

E nelle preghiere confidenze
poi per esserci si ringrazia sempre.

 Suggerisce così il Maestro e
  l’nima all’alba
rinasce.
    I lessemi ricorrenti (Infinito, Bellezza, Sacro, Oltre, Verità, Amore, Divino) sono lame di luce che fendono l’opacità di questo nostro mondo, dove l’uomo, per usare le parole di Georg Simmel, viene “ridotto a una quantità negligeable, ad un granellodisabbia di fronte ad un’organizzazione immensa di cose e di forze che gli sottraggono tutti i progressi, le spiritualità e i valori, traferiti via via dalla loro forma soggettiva a quella di una vita puramente oggettiva” (G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Roma, Armando, 1987, pp. 43-44).
  Il messaggio di riscatto lanciato da Maria Patrizia Allotta intende offrire risposte definitive a una conduzione esistenziale affacciata sull’inquietante mistero della propria destinazione.
   “Tu non tocchi un libro, tocchi un uomo”: con tale precetto il critico statunitense Francis Otto Matthiessen, la cui fama resta legata all’opera American Renaissance(1941), intendeva responsabilizzare il lettore.
   Quel precetto vale anche nel nostro caso.
“Toccare” il libro Anima all’alba significa cogliere la sintesi dell’individualità dell’Autrice e della complessa cultura millenaria che ha dato forma ai suoi pensieri ed alla sua lingua, e le cui invisibili mani hanno concorso alla stesura del testo.
Mi piace adesso esplicitare la ragione per la quale parlo di “seduzione della trascendenza” nel titolo della presente nota.
   Affiora dai versi della silloge la deducibilità di un’idea di trascendenza come suprema espressione di una bellezza che rapisce, e quindi seduce, nell’estasi contemplativa.
   Coniugando “Estasi con bellezza”, come suona il primo verso di Estasi, l’Autrice proietta tale vertiginosa intenzione nella prospettiva di “quel mistero / voluto forse / da celeste Destino”.
Ravviso in tale enunciato, che sottende un concetto trascendentale di Bellezza, l’inveramento, sul piano della creazione poetica, di un tema-cardine dell’estetica teologica di Hans Urs von Balthasar.
   Nella visione di questo grande pensatore svizzero, definito da Pare de Lubac “l’uomo più colto del nostro tempo”, solo l’espressione estetica può rendere accessibile la rivelazione, mentre destinato a fallire sarebbe qualsiasi tentativo di approccio, basato sulle solite categorie conoscitive.
A pretesa di spiegare quell’evento attraverso una qualche elaborazione speculativa “significherebbe riportare la sfera dell’infondatezza translogica del dono personale d’amore (quindi la sfera dello Spirito Santo) alla sfera del logos, inteso come esclusivo intelletto cosmologico-antropologico”.
   E’ “nella figura luminosa del bello” che “l’essere dell’ente diviene visibile come in nessun’altra parte; e per questo un elemento estetico deve essere presente in ogni conoscenza e tendenza spirituale”. E’ quanto può essere verificato nello splendorche, anche per San Tommaso, accompagna il verum.
   La bellezza intesa come manifestazione della verità che Dio partecipa agli uomini “è l’ultima avventura in cui la ragione ragionante può arrischiarsi, ché la bellezza non fa che circondare con un impalpabile splendore il duplice volto della verità e della bontà e la loro indissolubile reciprocità”.
   Queste cose ci dice Hans Urs von Balthasar nella sua poderosa opera Herrlichket. EinetheologischeAesthetik (Gloria. Una estetica teologica, 7 voll., Milano, 1971 e segg.), che, mirando alla fondazione metafisica del discorso teologico, si pone nella prospettiva delle estetiche teologiche elaborate da Ireneo, Agostino, Dionigi, Anselmo, Bonaventura, Dante, Pascal, Giovanni della Croce, Hamann, Soloviev, Hopkins,Péguy.
   Trovo davvero sorprendente la consonanza con i temi portanti della riflessione balthasariana delle intuizioni metafisiche connotanti una poetica che, per Carmelo Fucarino, ruota attorno a una “antitesi esistenziale, in biancore dell’alba, raramente aurora, e l’incombente tenebra notturna che pure si attende con ansia come porto di riposo e di pace”. (Per la poesia di Maria Patrizia Allotta. L’anima di inesauribile, in “Sicilia Umanistica”, anno XXXIII, 2013, p. 6).
   Anche Maria Patrizia Allotta ha voluto, dunque, raccontarsi, come tutte le donne che, raccontandosi, sembrano confermare la “profezia” di  Geltrude Stein: “ci sarà un giorno in cui verrà raccontata la storia di milioni e milioni di donne …. di come sono in sé, nella loro vita” (C’era una volta gli Americani, Torino, Einaudi, 1979, p. 195).




martedì 30 giugno 2015

Allotta e Mauro vincono il Premio "Silva Parthenia"

Maria Patrizia Allotta e Vito Mauro, fra gli altri, sono risultati i vincitori assoluti del Premio “Silva Parthenia 2015” svoltosi, con eccezionale partecipazione di pubblico (oltre trecento persone), domenico 28 giugno 2015 al Reali Cantine Borboniche di Partinico, per l’infaticabile e benemerita cura di Giuseppe Di Trapani, che ha appunto organizzato il I Festival Silva Parthenia, con molti eventi, recital di poesie, musica e perfino una riuscita rappresentazione dell’Opera dei pupi. Allotta è stata premiata per il volume della Limina Mentis di Monza, Nel buio aspettando l’alba… speranza che non muore dedicato con originale stesura tratti dai frammenti fino all’organicità, dai testi del Mosaicosmo di Tommaso Romano. Il Premio a Mauro, invece, è stato assegnato al volume delle nostre edizioni CO.S.MOS. – Comunità Spirituale del Mosaicosmo che, come noto, hanno pubblicato la Biobibliografia di e su Tommaso Romano, curata appunto da Mauro, dal titolo Continuum (2015, con prefazione di Antonino Buttitta). Un vivo ringraziamento di tutta la nostra Comunità agli organizzatori.  

venerdì 26 giugno 2015

Sul Mosaicosmo. Testi, note, recensioni e testimonianze

E' uscito il numero 6, 2015 dei Quaderni del Sigillo Cultura, dal titolo" Sul Mosaicosmo, a cura CO.S.MOS. - Comunità Spirituale del Mosaicosmo, che contiene testi, note, recensioni, testimonianze sui volumi di Tommaso Romano " 7 Tessiture dal Mosaicosmo" e "Essere nel Mosaicosmo", a cura di Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello con una testimonianza di Arturo Donati, editi da Thule. Troverete i testi dei seguenti Autori: Franca Alaimo • Giovanni Amodio • Nino Aquila • Giuseppe Bagnasco • Giovanni Bonanno Giuseppe Bonaviri • Anna Bonetti • Anna Maria Bonfiglio • Domenico Cara • Silvia Giudice Crisafi Lino Di Stefano • Carmelo Fucarino • Giuseppe Fumia • Mariolina La Monica • Giuseppe La Russa Carmelo Lauretta • Flavia Lepre • Gaetano Licata• Francesca Luzzio • Maria Marcone • Emanuele Messina • Carmelo Montagna •Gregorio Napoli Walter Nesti • Guido Pagliarino • Laura Perdicchi • Gaetano Peralta • Lina Riccobene • Paolo Rizza • Nicola Romano • Giuseppe Saja • Antonino Sala •Marcello Scurria • Primo Siena • Giulia Sommariva • Piero Vassallo
Testimonianze di: Nino Agnello; Paolo Armellini; Giorgio Barberì Squarotti; Anna Bonetti; Corrado Camizzi; Federico Cavallaro; Massimo de Leonardis; Giovanni Dino; Luigi Gagliardi; Fausto Gianfranceschi; Ubaldo Giuliani Balestrino; Giuseppe Gorlani; Ennio Inaurato; Giancarlo Kruyff;Maria Antonietta La Barbera; Giuseppe Lo Manto; Ernesto Marchese; Giacomo Ribaudo; Paolo Ruffilli; Biagio Scrimizzi; Delmina Sivieri; Vittorio Soldaini; Mario Sossi; Orazio Tanelli; Teresa Titomanlio; Pacifico Topa; Mario Varesi.


mercoledì 3 giugno 2015

Il significato del senso

di Maria Patria Allotta

Basta volgere lo sguardo al passato per dimostrare come ogni uomo, nel bene o nel male, durante la sua vita lascia un “segno”, un’ “orma”, un’ “impronta”, una “traccia” della propria esistenza.
In effetti, secondo la moderna psicologia cognitiva e comportamentale è insito nell’uomo lasciare “segni”. Non a caso, infatti, davanti un vetro appannato il bambino (ma anche l’adulto) disegna qualcosa lasciando una “traccia”; non a caso con le sue manine unte traccia “segni” sull’abito che indossa, così come non a caso lascia “segnali” sui muri o sulla carta oppure, stampa l’“orma” dei propri piedini nella sabbia bagnata dal mare che inonda, dolcemente, il suo sé. Nel tempo poi, a seconda dei sentieri che si percorrono e dei mari che si attraversano, ognuno, esprime e comunica le proprie sensazioni, emozioni, stati d’animo e la stessa ragion d’essere attraverso svariati gesti e diverse opere, tutti “segni”, comunque, che possono cancellarsi in un attimo così come perdurare nella memoria di chi li respira.
Sicuramente, il “segno” lasciato attraverso l’Arte assume un valore fondante, soprattutto se viene inteso come meta filosofica, ovvero intuizione capace di attingere le profondità originarie della vita.
 Se l’opera generata possiede poi il senso dell’infinito, quello è “segno” sublime, perché in esso è possibile rintracciare l’Indefinito.
 E volendo riflettere, l’universo altro non è se non un’immensa opera d’arte generata come “segno” da quell’Artista Cosmico di cui, per l’appunto, l’artista umano è il suo riflesso tanto da possedere, in parte, gli stessi attributi: la creatività e l’infinità.
Infatti, nella creazione estetica l’artista risulta in preda ad una forza inconsapevole che lo ispira e lo entusiasma al tempo stesso, facendo sì che la sua opera si presenti come sintesi di un momento inconscio - ovvero l’ispirazione - e di un momento conscio - ovvero l’esecuzione - del “segno” dell’arte. Inoltre, il genio concretizza la sua vocazione in forma finita la quale però, essendo rivelazione dell’infinitezza dell’ispirazione, ha infiniti significati, che l’artista stesso non riesce a penetrare pienamente e che sono suscettibili di una lettura senza fine.
 L’intero fenomeno dell’arte - che è un produrre spirituale in modo naturale - rappresenta, allora, non soltanto l’appagamento innato e istintivo di lasciar “traccia del propri sé”, quanto la miglior chiave per intendere la struttura del Sacro che, per dirla come Schelling, rappresenta sintesi differenziata di natura e spirito: “ (…) l’arte - dice il filosofo - è quanto si ha di più alto, poiché essa apre all’uomo il santuario dove, in eterna ed originaria unione, arde come in una fiamma, quello che nella natura e nella storia è separato”.
Se l’Assoluto è una sorta di Artista cosmico che genera le cose del mondo in maniera inconsapevole e consapevole al tempo stesso, caratterizzandosi come una forza infinita che si specifica in infinite figure finite, l’artista umano, si configura oggettivamente come colui che incarna e concretizza meglio il modo d’essere dell’Assoluto.
 Allora, nella creazione artistica si ripete il mistero stesso della creazione del mondo da parte dell’Assoluto. L’Arte, dunque, come sacralità del Sacro. Da qui la sua importanza.
E’ amaro però dovere constatare che, in un tempo apocalittico come quello che stiamo vivendo, quando ogni coordinata esistenziale viene scardinata violentemente e ogni tradizione ignorata sistematicamente, l’arte, sempre più spesso, non assume più quella dimensione e quel valore totalizzante che la rende “segno” unico ed insostituibile, “impronta” di stupore venerante, “orma” 56 n Rassegna Siciliana di Storia e Cultura uova 57 di bellezza seducente, “traccia” d’accesso alla Verità. L’arte, piuttosto, oggi, si configura come rivelazione soggettivamente valida, espressione confusa e artificiale, estrinsecazione di una libera manifestazione interiore che, però, essendosi svincolata dai canoni etici, dagli statuti estetici, dai limiti esistenziali e dai confini spirituali, sfiora (a volte raggiunge pienamente) la banalità e lo squallore, la trivialità e la miseria, ma anche la volgarità e la desolazione, dando spazio a precarie istallazioni, a sciatte rappresentazioni grafiche e pittoriche, a parole senza Verbo, che pretenderebbero di rappresentare la complessità del Cosmo, ma a onor del vero, riproducono il vuoto, il nulla, il niente concretizzatosi come pseudo arte.
Non più creatività universalmente valida, ma pragmatica rappresentazione concreta, non più estro indefinito ed indefinibile, ma stimolo materialmente invadente, non più arte che “come verità e stile promuove e svela”, ma mestiere che per sopravvivere mortifica, molesta, offende per fino la fede altrui.
 Non più nobile “segno” ma preoccupante “sintomo”.
Così scrive Tommaso Romano nella rivista Palermo, nel lontano Gennaio 1999: “(… ) bisogna reagire alla dissoluzione e al minimalismo: l’artista ha una sua cifra personalissima ed irripetibile, ma deve testimoniare la resistenza allo spirito sepolcrale, incomprensibile di certo sperimentalismo vuoto, segni di una decadenza marchiata dall’indifferenza, dalla perdita di senso e dal nichilismo. Bisogna recuperare l’aristocrazia del bello”.
Lottiamo insieme, allora, contro la dissoluzione, il volgare minimalismo, lo sperimentalismo beota, la vuota indifferenza, contro ogni forma di blasfemia anche, per il trionfo di un “segno” imperituro che possa scolpire le coscienze e i cuori e generare quell’armonia e quella bellezza ormai, nostalgicamente, lontane.
da: Rassegna Siciliana di Storia e cultura www.isspe.it